Archivio mensile:gennaio 2014

User Friendly


schermo_app

C’è un termine cha da anni circola negli ambienti informatici e che parla di un qualcosa che sia molto comodo e facile da usare, che renda la vita dell’uomo più semplice e rilassata, che non richieda ore e ore di studio per arrivare ad essere usato: user friendly, amico dell’utente. Anni che viene usato, eppure…

Un tempo bastavano una matita con gommino incorporato e un piccolo quaderno per fare di tutto: ci potevi scrivere delle note, prendere appunti, fare dei conti, tracciare un disegno, segnare appuntamenti e tante altre cose.

Poi arrivò la tecnologia e… per le note e gli appunti il registratore vocale, per gli appuntamenti l’organizer, per i calcoli la calcolatrice, per disegnare il quaderno e la matita. Insomma con l’avvento della tecnologia si è passati da due solo oggetti da portarsi in tasca ad almeno cinque. Bel guadagno! Ma la cosa, purtroppo, non finisce qui.

La tecnologia evolve e nascono i personal computer, poi i portatili, i palmari, ora siamo ai tablet e agli smart phone, una cosa accomuna tutti questi strumenti, l’uso del software, ma non un solo software capace di fare tutto, no, troppo comodo: un programma per prendere appunti, un altro per scrivere note veloci, un altro ancora per disegnare, poi quello per fare i conti, quello per registrare note audio, quello per scaricare la posta elettronica, quello per navigare in Internet e così via. Non parliamo delle recenti app che, essendo ancor più specifiche del software di prima generazione, incrementano a dismisura il numero dei programmi disponibili e da dover cercare, avviare, usare per fare le cose del quotidiano: se voglio, ad esempio acquistare dei mobili, quindi consultare il catalogo di un produttore di mobili non mi basta più andare sul suo sito, no, devo usare la sua specifica app; se voglio confrontare quanto trovato con la produzione di altro mobiliere ecco una seconda specifica app da scaricare e aprire in parallelo alla prima; il tutto magari su di un micro schermo come quello di uno smart phone; figurati se ti ci riesce di confrontare tra loro quattro o cinque produttori, come è logico e comune fare apprestandosi a un qualsiasi acquisto di un certo rilievo.

A quanto pare l’intento di chi produce hardware e software non è quello tanto sbandierato di semplificarci la vita, ma piuttosto quello di complicarcela, di renderla sempre più frenetica e disordinata, di impedirci il confronto tra le cose e rendere più facile al venditore l’antico ruolo di imbonitore delle masse.

Un tempo bastavano pochi secondi per essere pronti a fare una qualsiasi azione, oggi non solo servono a volte anche dei minuti (i computer sono velocissimi ad accendersi appena acquistati, ma nel giro di un paio di mesi tendono a diventare di una lentezza insopportabile visto che, altra cattiva abitudine dei produttori di software, per ogni cosa che installi c’è almeno un modulo residente che deve avviarsi con il computer stesso), ma devi anche sapere che programma o app usare, sapere dove trovarla, scorrere attraverso centinaia di icone, cliccare o toccare sopra quella opportuna, attenerne il caricamento, sapere come usarla e, dulcis in fondo, sperare che la connessione ad Internet non venga a mancare, già, perché il 90% delle app oramai funziona attraverso Internet: se la connessione manca… ciccia, la buona vecchia abitudine delle applicazioni off-line che si sincronizzano in automatico al ripristino della connessione è ormai scomparsa! Ovviamente il tutto venduto come fatto per il benessere dell’utilizzatore, ma vai, quale benessere dell’utilizzatore, qua dietro c’è solo il vantaggio del produttore: risparmio sul tempo di progettazione e produzione del software, possibilità di far pagare ogni singolo servizio, visualizzando quindi cifre basse che catturano l’attenzione e ingannano l’utente, indotto dalle cifre basse a non fare la somma del tutto e rendersi conto che alla fine paga di più, molto di più di quello che, per le stesse identiche cose, pagava in passato.

Altro che user friendly, qui si marcia verso l’user stressly!

P.S.

A quando un sistema in cui tu hai un solo programma e dentro a quello ci fai di tutto? Un sistema in cui se inizi a disegnare lui automaticamente di mette a disposizione gli strumenti per disegnare; se inizi a scrivere ecco che ti trovi gli strumenti di scrittura; se inizi a parlare ti apre quanto serve per registrare quello che dici; se scrivi un numero ti chiede se vuoi solo scrivere o fare dei calcoli. Non è poi così impossibile avere questo, ormai le utility di interpretazione della scrittura esistono e sono usatissime, ad esempio sulle LIM (lavagne interattive multimediali) presenti oggi in quasi tutte le scuole, basta interfacciarle con un sistema di definizione del software adatto a quello che si sta facendo.

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e-Learning


0270Volete visionare un documento tecnico che vi hanno segnalato, andate alla pagina che lo contiene e… “il documento sarà visionabile solo a partire dal giorno x, sempre che si sia raggiunto il numero di n richiedenti”.

Volete fare un acquisto e, per risparmiare tempo ed energie, decidete di farlo via web. Fate una ricerca e trovate il sito che offre i prodotti a voi congeniali, cliccate su acquista e… “Mi dispiace ma sei l’unico a voler fare questo acquisto per cui per ora non possiamo procedere, abbiamo creato una lista di attesa e ti avviseremo appena ci sarà un numero sufficiente di acquirenti per evadere l’ordine”.

Pazientemente avete atteso la data in cui poter scaricare il documento tecnico che vi interessa o vi hanno segnalato che l’acquisto è ora possibile avendo raggiunto il numero minimo di richiedenti. Andate sul sito e… “Il servizio da voi richiesto è attivo solo dalle ore x alle ore z”.

Arrrggggg!!!

Cosa pensereste in questi casi? Accettereste una situazione del genere? No di certo, tant’è che tali scenari in realtà non si presentano: nessuno che metta in piedi un qualsiasi servizio on-line ne limita la fruibilità alla presenza di un dato numero minimo di richiedenti, a una data di inizio del servizio o/e a un orario di effettuazione dello stesso. Eppure… eppure questo è quanto oggi succede per l’e-learning, l’insegnamento via web. Possibile? Si, possibile. Nella stragrande maggioranza dei casi di mia conoscenza ad oggi è così: l’insegnamento in rete è condizionato alla sussistenza di… no, non di uno, l’altro o quell’altro dei detti parametri limitanti, ma di tutti e tre, si, proprio tutti e tre.

Sorpresi? Beh, voi non lo so, ma io, che con l’insegnamento ci lavoro, che ho fatto dell’informatica non solo la mia passione ma anche la mia professione, che ho studiato molto sulla formazione a distanza e ho acquisito un master per specialisti in e-learning, ecco io non solo sono sorpreso ma sono totalmente basito: come si può strutturare un servizio via web esattamente come se fosse un servizio elargito mediante i canali tradizionali, come si può pensare a un e-learning che funziona come se fosse un insegnamento in presenza?

Si giustifica la cosa con la necessità di programmare gli interventi dei docenti in videoconferenza o sui forum e con l’esigenza di verificare i lavori svolti per poter fornire una valutazione. Va bene ma…

L’e-learning non è mettere un docente in videoconferenza: questo è insegnamento tradizionale applicato mediante tecnologia ICT.

L’e-learning non è nemmeno dare ai discenti un forum su cui confrontarsi tra di loro e coi docenti: questo è creare una comunità didattica, poco più evoluta di quella tradizionale.

Ed anche offrire lezioni via web e poi obbligare alla verifica in presenza non fanno l’e-learning: siamo ancora in presenza di un insegnamento tradizionale appoggiato alla tecnologia.

L’e-learning, poi, non è fornire dei tutor, uno spazio portfolio, del materiale da scaricare, uno spazio dove caricare i propri lavori per essere verificati e valutati: questo è solo offerta di supporti didattici informatici.

Nemmeno tutte queste cose insieme fanno l’e-learning!

Allora, cosa è l’e-learning?

L’e-learning, già in parte riferendosi ai livelli più alti di scolarizzazione (scuola secondaria di secondo grado e università) e sicuramente pensando alla formazione professionale post scolastica, è un insegnamento sviluppato interamente via web, ma non solo, è anche un insegnamento immediatamente disponibile nella sua totalità e completamente fruibile agli orari che più si addicono al singolo discente. L’e-learning non si configura nella tradizionale classe di studio, va individualizzato e studiato per essere costantemente attivo, in ogni sua parte: l’iscrizione, l’attivazione, lo studio, le esercitazioni, il confronto, il supporto, la verifica e la valutazione. Tutto on-line, tutto immediato, tutto quando serve, tutto all’orario che l’utente vuole.

L’e-learning moderno (e vero) è l’apprendimento a casa del discente, senza spostamento materiale delle risorse, liberamente fruibile, altamente personalizzabile e… totalmente automatizzato.

Difficoltà? Si certo, anche molte, ma nessuna insormontabile, basta volerci lavorare sopra e trovare delle soluzioni. D’altra parte è compito di chi offre i servizi risolverne i problemi e avvicinarsi sempre più all’utenza, mentre non è ammissibile che sia l’utenza a doversi adeguare alle soluzioni di comodo di chi offre i servizi. Le difficoltà non sono e non devono essere la scusa per non sviluppare quello che va sviluppato, per contenere le potenzialità di un servizio o di un sistema, per frenare l’evoluzione di una tecnologia.

“Servizi per il cliente” e non “clienti per i servizi”!

Parliamo di… PEARL Galaxy


MarchioNata innanzitutto per reazione ad un momento di sconforto economico, PEARL Galaxy è anche e soprattutto l’esternazione di un mio forte disappunto verso quanto venga ad oggi fatto in ambito di formazione on-line e, più specificatamente, di e-learning.

Parlerò nel dettaglio in altro articolo (già pronto) di cosa non vada nell’e-learning così come oggi attuato, in questa sede mi preme invece parlare di PEARL, spiegare cosa sia e cosa voglia fare.

Cominciamo da PEARL, perla, perché la formazione è un servizio prezioso, e perché il sapere e il saper fare sono una grande gemma che, al suo interno, contiene tante altre più o meno piccole perle: le competenze, siano esse intese come conoscenze che come abilità.

PEARL È anche un acronimo (per questo è scritto in maiuscolo) che assume diversi significati, in particolare a noi preme sottolinearne alcuni che derivano da:

  • P per Progressive perché parliamo di un ambiente basato su una formulazione progressiva dell’apprendimento; ma anche per Personal perché, grazie alla struttura micro modulare, la formazione risulta costruibile su misura per ogni singola persona; infine per Professional, perché principalmente si parla di formazione professionale e, in ogni caso, di un servizio altamente professionale, studiato con dedizione e deontologia profesisonali e gestito da personale ad altra professionalità;
  • E per Electronic perché la formazione viene elargita attraverso il computer che è un dispositivo elettronico; poi per Enhanced perché la struttura del sistema è un miglioramento rispetto a tutte le altre attualmente esistenti; infine per Extended perché è un’estensione importante della formazione tradizionale e dell’e-learning attuale;
  • la A sta per Advanced perché la formazione proposta è principalmente di tipo tecnico e comunque avanzata;
  • la R corrisponde a Remote visto che si parla di formazione on-line ovvero in remoto, a distanza;
  • la L ovviamente significa Learning, insegnamento.

Passiamo a Galaxy, galassia, perché la formazione è l’insieme di tanti piccoli mondi, le materie, che girano attorno a un obiettivo comune, l’apprendimento, il discente è un intrepido navigatore di questo infinito spazio e il formatore altro non è se non la sua guida spirituale e materiale in tale navigazione.

PEARL Galaxy è la galassia della formazione tecnica continua e si propone ai suoi potenziali utenti con un mantra ben preciso a significare quello che si può fare mediante la stessa: “raccogli le perle del sapere”.

Per concludere precisiamo che in parte è una grande sfida e, come tale, potrebbe non addivenire mai ad un suo totale compimento: dopo l’attenta analisi di diverse piattaforme e-learning si è rilevato che nessuna si adattava alle specifiche esigenze tecnico, se ne dovrà costruire una ad arte e per conto nostro, anzi mio visto che, almeno per ora, sono l’unico a lavorare sull’ambiente e sulla piattaforma. Resta inteso che il presente blog continuerà a esistere e verrà tenuto attivo, altresì la parte di FAD (formazione a distanza) troverà sicuramente luce, così come attivi sono e resteranno tutti i servizi collegati di formazione tradizionale (on-site), anzi sono in fase di ridefinizione e potenziamento.

Studio_bGrazie e a presto

Emanuele Cinelli
Fondatore, amministratore e sviluppatore di PEARL Galaxy

Medicina sociologica (e pedagogia)


IMG_1821Così come per la medicina, anche in sociologia e pedagogia si sono succedute nel tempo varie metodologie nell’esaminare e trattare i problemi dell’apprendimento. Così come per la medicina esiste l’approccio orientale, che considera l’insieme delle cose, e quello occidentale, che considera il singolo sintomo, anche in pedagogia si sono formati approcci diversi…

Atto uno – Cura dei sintomi.

Un tempo si tendeva a curare i sintomi più che a occuparsi della malattia, ad esempio il ragazzo scrive male per cui lo si obbliga a scrivere centinaia di istanze per ogni lettera dell’alfabeto.

Atto due – Definizione di nuove malattie

Siccome la strategia di cui sopra dava esiti positivi per alcuni e negativi per altri, non potendo la società accettare l’errore metodologico, questa si creò, spesso artificiosamente, delle malattie che potessero giustificare i mancati successi, ad esempio il ragazzo continua a scrivere male anche dopo la cura della ripetizione prolungata della scrittura dei singoli simboli letterari, allora è disgrafico.

Atto tre – Si cura la frattura con l’antidolorifico

Questa nuova strategia più che una cura era però un isolamento e finì col creare emarginazione. Sentendosi colpevole la società per sollevarsi dal proprio senso di colpa iniziò la campagna contro l’emarginazione e iniziò a curare le presunte malattie mediante degli antidolorifici, ad esempio il ragazzo disgrafico va integrato nella società ma trattato differentemente, con percorsi formativi e di crescita individualizzati.

Atto quattro – Si cura la frattura dando l’antidolorifico al medico

Questo però non apporta sostanziali miglioramenti nella situazione iniziale: la cura della malattia. Ancora però non si può vedere oltre i sintomi e ci si inventa di dare gli antidolorifici al medico stesso. Ad esempio il ragazzo non scrive bene, potrebbe essere disgrafico, aggiorniamo gli insegnanti sul tema della disgrafia.

Atto cinque – ?

Quale sarà il prossimo passo strategico?

Quando si arriverà a percepire la malattia?

Quando ci si occuperà dell’insieme invece che del dettaglio?

IMG_1822Gli esperti di PNL (Programmazione Neuro Linguistica) hanno già dimostrato che talvolta, se non spesso, un disgrafico, per continuare con l’esempio utilizzato sopra, non lo è per patologie proprie, ma per errori nell’apprendimento che gli viene sottoposto, un apprendimento che non verifica e non prende in considerazione i sistemi rappresentazionali propri di ogni singolo individuo. Tali sistemi ci condizionano in modo preponderante tutta l’esperienza di vita e la comunicazione, ivi compreso l’apprendimento: se sono uditivo imparerò a scrivere solo se mentre scrivo pronuncio ad alta voce la lettera che sto scrivendo (mentre in classe si chiede il silenzio); se sono visivo mi basterà scriverla; se sono cinestesico avrò bisogno di poter toccare con mano la forma della lettera.

Per fare un altro esempio ancora più eclatante: la dislessia. Leggendo di solito teniamo il libro sul tavolo per cui le parole le vediamo portando gli occhi in basso, questo attiva in noi l’accesso cinestesico. Se siamo auditivi o visivi così facendo non percepiamo quello che stiamo leggendo per cui non riusciamo a memorizzarlo, addirittura potremmo non pronunciarlo correttamente. Cambiando posizione del testo in ragione del nostro sistema rappresentazionale predominante, ecco che magicamente le difficoltà di pronuncia e memorizzazione vengono superate: libro in alto per un visivo che deve poter vedere (trasformare in immagini) quello che legge, libro a livello degli occhi per un auditivo che deve poter sentire (trasformare in suoni) quello che legge, libro in basso per un cinestesico che deve poter percepire (trasformare in sensazioni) quello che legge.

Crederci o non crederci è irrilevante: chi opera nella formazione non deve fermarsi sulle proprie singole convinzioni, non deve chiudere la propria sfera esperienziale a quello che crede, ma deve sempre essere aperto a tutte le logiche e a tutte le possibilità, deve sempre provare tutte le strade immaginabili e possibili; Il suo obiettivo non può e non deve essere l’affermazione di se e delle proprie credenze, bensì deve essere l’affermazione del discente, il suo apprendimento e la sua crescita!

Didattica e nuove tecnologie


Gennaio 2005, il Master per specialisti di e-Leaning volge al termine, resta la prova finale, chiamiamolo esame: un Project Work di gruppo. Assieme alle persone con cui mi trovo a lavorare decidiamo il tema del lavoro: Didattica e nuove tecnologie. Alla fine il risultato viene premiato con un “ottimo lavoro” che ci garantisce il superamento del Master e l’acquisizione della relativa attestazione.

Un paio di anni addietro ho rimesso assieme il lavoro per trasferirlo su web, eccolo…

“Didattica e nuove tecnologie
by Emanuele Cinelli, Giorgio Comi, Daniela Sciarri e Serenella Valori”
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Riforme della scuola: perchè falliscono?


1227È cosa ormai ben risaputa e documentata: nonostante i vari interventi di presunta riforma scolastica, la scuola negli ultimi anni ha costantemente perso in efficienza. Perché le riforme sono fallite?

Sarò breve e conciso.

  1. Innanzitutto perché si vuole riformare la scuola partendo dall’alto, cioè dalle università, per poi procedere in modo globale (contemporaneamente su più livelli scolastici), scoordinato (senza seguire una sequenza logica) e troppo rapido. Ogni ristrutturazione per essere fattibile deve partire dalla base e procedere progressivamente verso il vertice, indi la scuola va riformata partendo dagli asili, facendo in modo che chi è partito con la vecchia struttura continui e finisca con quella, mentre chi parte con la nuova avanzi e finisca con questa. Un esempio pratico: ipotizziamo 15 anni scolastici, ci vorranno 15 anni per riformare tutto il sistema, ne uno di più ne uno di meno.
  2. In secondo luogo perché si agisce quasi esclusivamente sugli aspetti formali, dimenticandosi che se questi agiscono sull’efficacia, per l’efficienza è necessario preoccuparsi di ben altre cose e cioè di tutto ciò che forma l’essenza della scuola: gratificazione del personale, ampia disponibilità di mezzi didattici, aggiornamenti professionali retribuiti, assistenza psicologica per alunni e docenti, meritocrazia formativa, adeguati metodi e mezzi di valutazioni, informatizzazione di tutti i processi gestionali e didattici, eccetera.
  3. In terzo luogo perché invece di motivare allo studio, si è caduti nell’equazione demotivante “obbligo formativo uguale diritto alla promozione”. Un obbligo forma sempre e solo un dovere, indi logica vuole che “obbligo formativo” sia equivalente a “dovere di studiare”. La promozione non può essere vista come un diritto: è e deve restare una conquista.
  4. Poi perché si scarica sempre e solo sui docenti la responsabilità dei risultati scolastici. I docenti devono operare nel rispetto di leggi, disposizioni e regole alquanto vincolanti e restrittive, devono lavorare arrangiandosi con dotazioni strumentali e didattiche tutt’altro che ottimali. Si dice che c’è chi riesce comunque a ottenere validi risultati, si vero, si tenga però conto che, ferme restando le dotazioni, lo stesso docente probabilmente ottiene risultati diversi di anno in anno: le classi non sono tutte uguali, una strategia di successo può diventare perdente l’anno successivo, per cambiarla e adeguarla alle mutate condizioni potrebbe non bastare la buona volontà e la dedizione del singolo docente.
  5. Infine perché se, nel gioco dello scaricabarile, si passa oltre il livello dei docenti, la colpa viene data ai dirigenti i quali a loro volta sono assoggettati alle stesse limitazioni già viste per i docenti. Non si arriva quasi mai alla sorgente vera del problema: il sistema scolastico.

La scuola che vorrei


sogniOgnuno di noi ha i suoi sogni, chi sul futuro lavorativo, chi sull’amore, chi sul denaro, chi sulla prima auto e via dicendo. Tra i miei sogni ne ricorre uno che riguarda la scuola: vi vedo una scuola totalmente diversa da quella attuale, ma anche da qualsiasi altra forma scolastica che si sia ad oggi vista, certo raccolgo una parte di quanto già seminato, ma vi aggiungo delle novità e assemblo il tutto in una forma diversa, innovativa, oserei dire rivoluzionaria.

Prima di illustrare il sogno, alcune precisazioni sono necessarie:

  • come per ogni sogno, anche in questo ci sono parti ben delineate, altre che si stanno delineando, alcune appena accennate e anche qualche parte ancora piuttosto fumosa, qualcosa, inoltre, si modifica nel momento stesso in cui scrivo;
  • per quando detto qua sopra, mi è impossibile essere completo e preciso;
  • anche se non ne parlo espressamente, è data per scontata la ridefinizione dell’intera struttura sociale;
  • ho dato un titolo al mio sogno: la scuola senza muri;
  • “senza muri” vuole essere innanzitutto simbolico, a identificare la rimozione di una lunga serie di barriere, ma anche pratico, a identificare una scuola non fossilizzata all’interno delle pareti, una scuola portata anche e soprattutto sul territorio che la circonda.

Ora possiamo entrare nel sogno.

Tre i cicli didattici:

  1. dai 3 ai 7 anni – basato sul gioco, la finalità del processo didattico è quella di attivare nei bambini l’interesse allo studio, senza forzare in loro nessun tipo di apprendimento se non quello del piacere d’imparare cose nuove e utili;
  2. dagli 8 ai 14 anni – basato sulla didattica trasversale, formulata principalmente con base esperienziale e con metodologie sia individuali che collaborative e cooperative, si sviluppa su due fasi, parzialmente sovrapposte, la prima finalizzata all’acquisizione di un metodo di studio, che non è necessariamente uguale per tutti, la seconda all’acquisizione delle conoscenze e delle abilità di base;
  3. dai 14 anni in su – basato sulla didattica verticale, il suo obiettivo è quello di dare (e mantenere) la formazione professionale, il programma si concentra, pertanto, sugli aspetti tecnici, che condizionano e guidano anche le materie trasversali.

L’obbligo scolastico è riabbassato ai 14 anni, ma con un successivo periodo d’obbligo formativo fino a 18 anni. Fino a 14 anni il ragazzo deve obbligatoriamente frequentare la scuola, dopo i 14 anni e fino a 18 può scegliere se formarsi presso una scuola, presso un’azienda (adeguatamente strutturata: azienda didattica) o in forma mista (ad esempio la mattina a scuola e il pomeriggio in azienda).

Durante l’intero percorso didattico l’attività scolastica è a tempo pieno: quattro ore la mattina con attività didattiche vere e proprie, quattro ore il pomeriggio con attività di complemento (biblioteca, ricerche, laboratori esperienziali e via dicendo). La famiglia deve rendersi partecipe nelle attività scolastiche dei figli, non solo mediante i colloqui con i docenti, ma con la partecipazione fisica (periodica, casuale e rotativa) alle attività didattiche ed extra didattiche. Nel secondo e nel terzo ciclo l’attività didattica non è indissolubilmente legata all’aula, ma, con decisione autonoma (anche non programmata) del docente, può spostarsi fuori dall’edificio scolastico, vuoi per ragioni didattiche (visita di un azienda, studio della natura, conoscenza della città, eccetera), vuoi per motivazioni logistiche (ragazzi agitati che non permettono il regolare svolgimento della lezione, ad esempio).

mappa1Nel primo ciclo si lavora su obiettivi sociali e non si formulano sistemi di valutazione didattica formale (verifiche, esami, eccetera). Il bambino procede senza fermate fino alla fine del ciclo. Il passaggio al secondo ciclo avviene senza nessun esame, ma solo in funzione della raggiunta età di passaggio.

Nel secondo ciclo si lavora per micro obiettivi didattici: obiettivi identificati con minimi apprendimenti teorici o specifiche azioni pratiche, di modo che la valutazione si possa semplicemente definire con un si (obiettivo raggiunto) o un no (obiettivo non raggiunto). Idealmente, materia per materia, la didattica dovrebbe procedere oltre solo se un obiettivo è stato raggiunto, questo prevederebbe però una elevata personalizzazione del percorso forse inattuabile; diciamo che, in assenza di necessità sequenziali specifiche, ogni tre o quattro mesi si attua, sempre materia per materia, una sommatoria dei si ottenendo le valutazioni nella forma numerica (percentuale). La “promozione” incondizionata si ottiene con il 90% di si, mentre con una valutazione tra il 70 e il 90% si procede con l’obbligo di frequentare recuperi pomeridiani per ogni obiettivo mancato e fino al suo raggiungimento. Una valutazione inferiore al 70% va valutata di volta in volta per definire se sia possibile comunque procedere oltre, sempre con i recuperi, o sia necessario fermarsi e riprendere dall’inizio gli obiettivi del periodo valutato.  Il passaggio al terzo ciclo avviene al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Nel terzo ciclo si lavora ancora per micro obiettivi didattici, con la stessa prassi in merito alle valutazioni, ma differenziando il sistema di avanzamento nello studio: ogni due mesi somma dei si; avanzamento incondizionato con il 90% di si, tra 70 e 90% avanzamento con recuperi pomeridiani, tra il 40 e il 70% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso misto (scuola la mattina, azienda il pomeriggio); sotto il 40% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso in azienda didattica. A partire dai 16 anni s’inseriscono, per chi abbia scelto il percorso presso le scuole, gli stage aziendali, per i quali le aziende devono obbligatoriamente rendersi disponibili (a fronte dell’obbligo per le scuole di mandare i ragazzi in stage, deve corrispondere un analogo obbligo dalla parte opposta).  L’attestazione di professionalità, ovviamente specifica secondo il percorso di studio, si ottiene con un esame professionale definito, condotto e realizzato con la collaborazione delle aziende. L’ammissione a tale esame avviene al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie. Il superamento dell’esame avviene con il raggiungimento del 75% degli obiettivi (micro obiettivi) previsti per l’esame.

Apprendimento  veloce

Primo e secondo ciclo avvengono in strutture scolastiche tradizionali (come quelle attuali), il terzo ciclo avviene in cittadelle scolastiche (sullo stile delle attuali cittadelle universitarie o dei college americani), presso le quali l’allievo trova anche tutti i supporti logistici: alloggi, mense, biblioteche, palestre, eccetera. In ogni cittadella il ragazzo trova tutti i possibili percorsi professionali, o quantomeno tutti i principali, di modo che sia possibile fornire inizialmente un periodo di esperienza relativo a tutti i campi professionali e permettere al ragazzo una scelta che si basi anche e soprattutto sulle sue attitudini reali. Parallelamente, anche in funzione di un’educazione al rispetto ambientale (la riduzione della necessità di spostamento ne è una base ineludibile),  deve esserci un ampio utilizzo dell’e-learning, di certo per tutte le materie trasversali e possibilmente anche per quelle materie che non necessitano di attrezzature particolari o in cui tali attrezzature si possono facilmente acquisire anche al proprio domicilio (CAD, Automazione d’ufficio, gestione commerciale, eccetera). La formazione professionale più evoluta (oltre i 18 anni) e quella di mantenimento (aggiornamento continuo) devono strutturarsi quasi esclusivamente sull’e-learning, anche per gli eventuali esami. All’inizio di questo ciclo gli alunni sono degli adolescenti, ovvero dei ragazzi che si avvicinano velocemente all’età adulta, è ora di passare dall’accudimento alla responsabilità personale e sociale: autoapprendimento, pochi vincoli (divieti), nessuna vigilanza o vigilanza attuata dagli stessi ragazzi invece che dai docenti, autodeterminazione della frequenza alle lezioni, eccetera.

Troverà seguito questo mio sogno? Non lo so, forse si, forse parzialmente, forse per niente, poco importa, l’importante è avere un sogno, crederci e lavorare affinché lo stesso possa trovare applicazione reale. Nel frattempo, per quanto possibile all’interno dell’autonomia didattica, cercare di attuare quanto sia possibile attuare. Senza sogni saremmo degli automi, senza sogni moriremmo!

La scuola che non c’è


PEARL Galaxy è una galassia che si occupa di formazione continua e non di formazione scolastica, le due cose sono comunque collegate fra loro, hanno diversi punti di intersezione e alcuni anche di sovrapposizione: dalla scuola escono i futuri lavoratori, la scuola da tempo ha adottato la formulazione dell’alternanza scuola lavoro (stage formativi e/o stage introduttivi), la scuola e la formazione aziendale usano le stesse tecnologie didattiche e via dicendo. Talvolta se non spesso, inoltre, i formatori aziendali sono anche o sono stati formatori scolastici, specialmente parlando di scuole superiori, quelle che oggi si definiscono scuole secondario di secondo grado. Ecco, quindi, che apapre logico e corretto parlare di scuola in questo blog, blog che, tra l’altro, vuole essere si finalizzato a parlare di didattica e formazione, senza però farne un accademismo, una fissazione e una limitazione prettamente aziendale.

Allora partiamo da qui a far vivere questo blog, partiamo da un articolo che parla della scuola odierna, di quello che è per evidenziare quello che non è.


snc1Ci lamentiamo dei cinesi che ci copiano le nostre cose, ma ci si dimentica che i primi clonatori siamo noi italiani. Avete mai letto le riviste di architettura italiane? Riportano quasi esclusivamente modelli ed esempi americani, che poi vengono riproposti tali e quali dai nostri architetti. Avete mai badato alle proposte pedagogiche italiane? Ricalcano minuziosamente i modelli stranieri, principalmente quelli del mondo anglosassone. Avete mai partecipato ad un corso di marketing? Ancora modelli inglesi e si finisce con il parlare quasi solo in inglese. Esiste, però, una importante differenza tra noi e i cinesi e non va a nostro vantaggio: i cinesi copiano in tempo quasi reale e saggiamente, arrivando a proporre prodotti che in qualche modo, foss’anche solo per il minor prezzo, si differenziano dagli originali e trovano una loro ragione d’essere, un loro mercato di vendita; noi copiamo con anni di ritardo e pedissequamente, senza renderci conto dell’essenza delle cose che copiamo, il ragionamento di base è che “vengono dall’estero e pertanto sono buone e valide, stop”.

Siamo in grado di fare anche di peggio: non riusciamo a eludere gli aspetti negativi dei modelli copiati, anche quando questi sono già stati ben evidenziati nei loro paesi d’origine; talvolta arriviamo perfino a sostenere diligentemente e con orgoglio dei modelli che nei loro paesi d’origine sono stati ormai abbandonati o, quantomeno, profondamente modificati in quanto inadeguati. Così succede che mentre gli altri crescono, noi restiamo fermi o addirittura retrocediamo, trovandoci sempre più indietro.

Lo stesso è successo nella nostra Scuola che, legata a modelli stereotipati e superati, nonostante il progressivo innalzamento dell’obbligo scolastico perde continuamente in efficacia e in efficienza. Non è un segreto che la preparazione degli studenti italiani sia in continuo e preoccupante calo, siamo ormai arrivati a un analfabetismo di massa, un analfabetismo che coinvolge tutte le fasce sociali e tutti i titoli di studio. La scuola, pur formalmente dando a vedere il contrario, materialmente ha rinunciato al suo vero ruolo, al ruolo educativo-formativo, abbracciando a piene mani ruoli e figure che non le competono, iniziando da quello di parcheggio per bimbi e giovani per arrivare all’assistentariato sociale se non addirittura alla psicoterapia individuale o di gruppo: giusto, giustissimo, prendere in considerazione tali problematiche, sarebbe di certo più efficiente se venisse fatto da figure e strutture all’uopo formate e organizzate, figure che possono si essere integrate nella scuola, senza però esserne sostituite.

Paradossalmente si parte da un’organizzazione rigida dei ruoli e delle azioni per arrivare ad una gestione economico-manageriale molto aggressiva e formale, oserei dire di stampo quasi Fordiano: una scuola catena di montaggio!

Altrettanto paradossalmente si copiano i modelli aziendali, senza tener conto che la scuola, sebbene abbia molti punti in comune con il sistema azienda, non può essere strettamente assimilata a un’azienda, la scuola dovrebbe lavorare sul futuro dei giovani e invece viene fatta lavorare sul fatturato: una scuola industria.

E poi….

snc2Si introducono vincoli, quali ad esempio il numero minimo di allievi per classe, che hanno come unico effetto quello di un’illogica competizione quantitativa tra gli istituti e i docenti vengono indotti a operare, invece che in ragione del migliore insegnamento, in funzione della migliore soddisfazione dei desideri dei ragazzi, pur sapendo che tali desideri, oggi, ben raramente coincidono con lo studio e il lavoro. Una scuola che punti sull’aspetto qualitativo ben presto si vedrebbe additata come troppo rigida e difficile, subendo un calo nell’afflusso di allievi, allora si adotta la contorta logica di programmi pomposi affiancati dal metodico abbassamento degli obiettivi didattici: la scuola del consenso popolare.

Si è introdotta la Certificazione di Qualità, certo un ottima cosa se non fosse che lo si è fatto e si continua a farlo attraverso un modello qualitativo assolutamente improprio e ormai in fase decadente, basato esclusivamente sulla produzione di documentazione, per giunta cartacea, sull’annullamento della flessibilità operativa, sull’imposizione dall’alto dei processi, sul controllo unidirezionale e così via. Per dirla in breve si basa il tutto sulla cura spasmodica degli aspetti formali a discapito di quelli operativi: la scuola dell’apparire.  (P.S. Oggi i migliori modelli di Qualità lavorano invece esattamente all’opposto, coinvolgendo tutti i livelli e facendo partire dal basso le indicazioni sui processi e sui loro miglioramenti).

Si introduce l’adeguamento al Decreto Legislativo 231/01 per attribuire alle persone giuridiche (direzione scolastica, in pratica) la stessa responsabilità esistente per le persone fisiche (docenti e altro personale scolastico), per poi promulgare un Codice Etico e alcuni avvisi accessori che girano la frittata sul docente, il quale, però, per fare una regolare ed efficiente azione formativa si trova a dover violare determinate disposizioni legislative e/o deontologiche: la scuola furba.

Si fa presto a dire che gli insegnanti hanno perso professionalità e interesse nel loro lavoro. Si, a volte è anche vero, per forza: lavorano in una struttura demotivante, una struttura che continua a chiedere loro sempre più forma e sempre meno essenza, salvo poi, in presenza di mancato afflusso o di insoddisfazione degli alunni, prendersela con il corpo docente reo di poca essenza, una struttura che non è capace di darsi delle basi solide e permanenti, una struttura che deve continuamente rivoluzionarsi al solo fine di giustificare la presenza di certe figure dirigenziali e/o istituzionali. Insomma, un lavorio senza fine, un continuo fare e disfare, apparentemente positivo, in realtà solo conservativo e formale: tutto rimane come prima, cambiano solo gli aspetti esteriori, nessun vero miglioramento strutturale e operativo viene ogni volta introdotto!

State sintonizzati, nel prossimo articolo vi illustrerò la scuola come la vedo io: “La Scuola che vorrei”.

Si parte :)


MarchioL’anno nuovo porta nuovi stimoli e nuova determinazione, ecco che nasce questo blog attraverso il quale far decollare finalmente il mio progetto lasciato in cantina: Pearl Galaxy, la galassia della formazione tecnica continua.

Il blog per ora è svincolato dalla piattaforma in costruzione, in futuro creeremo l’integrazione.

L’intenzione di questo blog è quella di essere più di un mero strumento d’informazione, vuole diventare uno strumento di condivisione: chi vorrà collaborare non dovrà fare altro che richiedercelo.

Per ora non c’è altro da dire se non…

Vi aspettiamo!

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