Archivio mensile:marzo 2014

La nuova frontiera dell’insegnamento


1712Non è esattamente nuovo visto che se ne parla già da ormai diversi anni, ma è comunque argomento che appare essere ancora caldo e interessante: la nuova frontiera dell’insegnamento!

Un tempo insegnare voleva dire che qualcuno (il docente) passava le proprie conoscenze e abilità (competenze) a qualcun altro (il discente), oggi il significato d’insegnare è stato rivisto e trasformato sia in seguito a studi più attenti dei processi di apprendimento, sia al fine di renderlo più adeguato alle esigenze di una società più ampia, una società nella quale la tecnologia è predominante e le competenze si sono notevolmente espanse, una società dove la formazione professionale deve necessariamente tendere alla specializzazione il supporto all’autoapprendimento. Ecco che il docente moderno non è più colui che trasferisce le proprie conoscenze ad altri ed è diventato colui che si occupa di definire, formulare e produrre il miglior percorso di autoapprendimento.

Autoapprendimento è la parola chiave, la sfida alla quale la scuola oggi deve organizzarsi: il docente, oggi, non può basare il proprio operato sulla lezione frontale, sull’illustrazione minuziosa dei concetti, sulla formulazione metodica e precisa delle esercitazioni, al contrario, deve soprattutto, per non dire esclusivamente, guidarlo alla scoperta dei concetti e delle azioni mediante un insegnamento che sia criptico e improntato alla sperimentazione personale delle cose. Il primo aspetto, quello della cripticità, serve per lasciare diversi punti oscuri, al fine di creare nel discente dubbi e stimolare le sue domande, il secondo, quello della sperimentazione, per esaltare l’aspetto deduttivo. Importante, poi, che il tutto sia costruito attorno alla riconsiderazione della valenza educativa e formativa dell’errore: il discente dev’essere lasciato libero di sbagliare, anche a più riprese, anzi, quando possibile l’errore va anche indotto ad arte, solo così facendo si stimola il discente ad essere produttivo e collaborativo, a non temere il giudizio, a mettersi in gioco e a mettere in campo tutta la sua capacità logica e deduttiva, arrivando ad evidenziare (e imparare) quanto e come gli errori possano essere, se ammessi e accettati, ben più utili delle cose giuste e scontate.

Purtroppo al lato della pratica appare che molti discenti, in particolare, i giovani, pur avendo iniziato il loro percorso educativo didattico dopo la nascita delle nuove formulazioni didattiche, ancora si aspettano che il docente fornisca loro, in via induttiva, istruzioni pronte all’uso, complete ed esaurienti. Giovani, questi, che non sono in grado di seguire il moderno metodo d’insegnamento e definiscono incapace o svogliato quel docente che, invece, lo persegua con dedizione.

La motivazione?

Come sempre la risposta è complessa, rendendo improbo il compito di chi deve formularla in poche righe. Con in mente tale considerazione vediamone quantomeno gli aspetti principali.

Partiamo dalla scuola, una scuola, quella italiana (non perché le altre siano magari diverse, ma perché conosco direttamente solo questa e quando dico o scrivo lo faccio solo per le cose che conosco in prima persona e non per sentito dire), che appare ancora troppo legata al voto come premio e come punizione (mentre dovrebbe essere visto e usato solo come indicazione degli obiettivi perseguiti), all’errore come “peccato” (mentre, come già detto, dovrebbe essere visto e usato come preziosa risorsa educativa e formativa).  Una scuola dove il discente acquisisce la paura del giudizio e quella di sbagliare, quando, al contrario, dovrebbe imparare a fare senza preoccupazione, a sperimentare, sbagliare, analizzare, comprendere, accettare e dedurre.

Finiamo con l’insieme sociale famiglia/scuola, un sistema che oggi educa i giovani con troppo accanimento terapeutico, ossia badando più al controllarli che al responsabilizzarli, lavorando più sull’immediatezza del risultato che sulla sua durevolezza nel tempo, cercando le soluzioni più comode per evitarsi patemi e problemi, anziché lavorare con quelle che meglio formano il futuro adulto, inteso sia nel senso di cittadino che di lavoratore che di persona. Comodo affermare che certi sistemi non funzionano con i giovani d’oggi o quantomeno con certi giovani senza prima provare a chiedersi se non sia piuttosto la struttura educativo formativa a non essere capace e/o adeguata all’applicazione di detti sistemi: da tempo immemore, tanto per fare un solo esempio, la pedagogia ha ben compreso che ogni discente ha la sua personalissima velocità di apprendimento, l’istituzione scolastica, però, è ancora oggi legata a tempi fissi rigidamente uguali per tutti, fatta salva la possibilità di bocciatura che alla fine, però, si limita a riportare il discente inutilmente e pericolosamente indietro nel suo tempo didattico invece di adattare e personalizzare il processo didattico alla velocità di ogni singolo discente.

La nuova frontiera dell’insegnamento e la nuova sfida per la struttura scolastica non sono quindi tanto nell’applicazione di una moderna metodologia didattica, piuttosto nella loro capacità di riconoscersi come totalmente fondate su principi erronei e di rimettersi, conseguentemente, in gioco per ristrutturarsi completamente ed efficientemente, senza dare sempre e solo colpa ai tartassati docenti costretti a dare risultati con mezzi spesso inadeguati al loro ottenimento.

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Nuove tecnologie a scuola


Lentamente anche nelle scuole del nostro Paese la tecnologia si sta diffondendo e dopo la lavagna digitale anche i tablet fanno il loro ingresso trionfale.

E’ notizia di pochi giorni fa che a Milano, una delle migliori scuole linguistiche della città, il Civico Istituto Tecnico Manzoni di via Deledda, che è gestito dal Comune, ha realizzato un progetto di insegnamento attraverso metodologie di apprendimento sperimentali che prevede l’utilizzo dell’iPad. Tale sperimentazione coinvolgerà un centinaio di studenti tra i 14 ed i 16 anni. Ed è previsto che gli alunni affrontino gli esami conclusivi del percorso scolastico avvalendosi dell’ausilio del tablet della Apple.

Le classi coinvolte dovranno produrre degli e-book relativi agli argomenti affrontati nelle varie discipline, filmati e podcast. Tutto il materiale prodotto verrà in un secondo momento messo in Rete perché possa essere utilizzato da tutti gli allievi delle scuole civiche e statali.

In questo progetto l’iPad viene utilizzato sia dagli alunni sia dai docenti.

Il progetto, inoltre, è monitorato dalle Università Bicocca, Bocconi e Cattolica.

Questo esperimento tenta di avvicinare i nativi digitali che richiedono un metodo formativo che utilizzi le nuove tecnologie.

Generazione 2.0


IMG_1400Si fa un gran parlare del web 2.0, tutti si vantano di averlo implementato, chi ancora non l’ha fatto esprime l’intenzione di farlo al più presto. Quanti però sanno cosa è il web 2.0? Quanti, soprattutto, sanno che è già obsoleto? Quanti sanno che invero da più di dieci anni è stato formulato il progetto web 3.0?

Sono stato a un incontro che doveva presentare e organizzare un corso formativo sulle nuove forme di fare insegnamento attraverso le nuove tecnologie: cellulari, informatica e multimedia. Ci si accomoda nel laboratorio informatico, siamo tutti presenti ma … Il materiale necessario alla presentazione non è caricato correttamente sul computer e ci vuole mezz’ora abbondante prima che si possa cominciare. Ecco siamo pronti! Ehm no, non ancora: ognuno deve collegarsi al cloud, servono gli indirizzi e-mail dei presenti per consentire l’accesso visto che nessuno ha pensato di farlo in via preliminare. Raccolta degli indirizzi e… cavolo se non è un indirizzo di uno specifico fornitore non sanno come gestirlo. Alla fine finalmente si riesce a partire. A questo punto osservando gli altri presenti mi accorgo che, nonostante debbano inserire i parametri di accesso alla propria casella e-mail su di un computer pubblico, molti non tolgono la spunta alla check box che abilita il sistema a mantenere memorizzati i parametri di accesso per una successiva riconnessione veloce.

Potrei continuare con altre decine di esempi, sarei comunque ripetitivo e prolisso pertanto passo subito alla morale di fondo.

Nel mondo delle generazioni digitali, invero la vera conoscenza informatica avanza ad una velocità di poco superiore allo zero e proprio coloro che si propongono come formatori dei sistemi tecnologici moderni, non solo non li sanno utilizzare al meglio ma addirittura non badano agli importantissimi aspetti della sicurezza informatica.

Altro che web 3.0 o anche solo 2.0, qui sarà meglio parlare di preistoria dell’informatica!!!

L'origine della terra - china

 

Organizzare la struttura decisionale


0835Spesso è tutt’altro che facile prendere decisioni, specie quando si parla di strutture complesse come aziende, cooperative, scuole, istituzioni politiche e amministrative pubbliche. Se poi la struttura decisionale risulta organizzata male o addirittura lasciata all’improvvisazione del momento ecco che il prendere una decisione può diventare un’impresa decisamente faticosa e costosa.

Diverse le scuole di pensiero che si sono succeduti nel tempi, diverse le scuole di pensiero che in ogni momento contemporaneamente si propongono, diverse quelle che sussistono attualmente e in queste le differenze interessano aspetti secondari e/o minoritari, le basi comuni più o meno sono le stesse.

Errato accentrare tutto il potere decisionale in un’unica persona (ad esempio il titolare) o in un unico organismo (consiglio di amministrazione e simile): rende la decisione certo meno contrastata nel primo caso e meno pesante ai singoli nel secondo, ma nel contempo la stessa risulta molto, troppo lenta.

Delegare è la parola chiave e delegare non vuol dire solo incaricare qualcuno di farsi carico degli aspetti progettuali di una scelta, ma anche dell’attuazione stessa della scelta. Il delegato, insomma, deve avere non solo l’onere e la responsabilità della raccolta documentale necessaria all’attuazione di una scelta, ma anche il potere di decidere e di farlo in autonomia, senza dover prima sentire colui o coloro che l’hanno delegato.

Lo strumento della delega completa permette di ottenere una struttura decisionale molto veloce, di conseguenza permette di essere sempre al passo con gli eventi, di non subirli, anzi a volte di anticiparli pure. Certo richiede la definizione delle condizioni entro cui ogni delegato può e deve muoversi (ad esempio l’assegnazione ad ogni delegato di un adeguato budget economico annuale e della eventuale percentuale di sforamento, oppure la definizione specifica delle risorse umane di cui può disporre), certo occorre costruire un sistema comunicativo preciso e veloce che permetta ai deleganti di conoscere in tempo pressoché reale le decisioni prese dal delegato, certo servono fiducia (da parte dei deleganti) e professionalità (del delegato), gli effetti apportati da una struttura decisionale basata sulla delega completa vengono però a compensare benissimo e in breve termine tali esigenze.

Chi ha paura di delegare in modo corretto, cioè completo, evidentemente o deve lavorare da solo o deve operare in ruoli non apicali.

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