Archivio mensile:aprile 2019

Come scrivere una tesi, tesina, o altro tipo di relazione


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In tanti anni di insegnamento ho visto e vedo che la stragrande maggioranza degli studenti, quantomeno nell’ordine scolastico di cui mi occupo, quando deve produrre una tesina o un qualsiasi altro tipo di relazione non strettamente formale (ovvero supportata da un modulo prestabilito) inizia subito a scrivere. Inevitabile la fatica d’iniziare, ma anche i successivi ripetuti blocchi, uscire di quali diviene sempre più complesso e improduttivo.

Scrivere una tesi (o una qualsiasi relazione) è alla fine un lavoro di progetto e, come ogni altro progetto, necessita di una precisa sequenza di operazioni.

1 – Partenza essenziale

Il foglio bianco spaventa, il foglio bianco inibisce, il foglio bianco resta inevitabilmente bianco. Se vuoi far diventare nero un foglio bianco non devi scrivere, o, meglio, non devi farlo nel modo che ti hanno insegnato, cambia modalità e mentalità, libera le potenzialità della tua mente, lascia emergere la creatività, naviga nel mare del pensiero radiante: usa le mappe a getto!

2 – Trova le chiavi

Lascia perdere l’insieme, non pensare al costrutto, non buttarti sul discorso, definisci, invece, i concetti cardine attorno ai quali devi (vuoi) costruire la relazione, solo semplici concetti, formulati con più o meno numerose brevi frasi, meglio ancora con tante, tantissime parole singole e semplici immagini.

3 – Definisci il contesto

Quali sono gli obiettivi che vuoi raggiungere? Per chi stai scrivendo? Cosa stai scrivendo? Per ogni risposta c’è un suo modo di costruire la relazione / tesi / scrittura, per trovarlo devi però conoscere tali risposte: fatti le domande!

4 – Rielabora le chiavi

Ora che conosci il contesto e che hai un ampio repertorio di frasi o parole cardine, riesamina queste ultime adattandole al contesto: cancella ciò che è inadeguato, modifica quanto è insufficiente, aggiungi quello che ti viene da aggiungere, soprattutto integra dove percepisci scarsità di concetti, eventualmente ricorrendo allo studio suppletivo di quegli specifici aspetti dell’argomento che stai trattando. Ancora utilizza brevi frasi, singole parole o immagini. Permani su questa fase fino a che il risultato ti appare soddisfacente in quantità di concetti, nella loro qualità e, se stai utilizzando le mappe mentali, in strutturazione.

5 – Genera la struttura

È ancora presto per mettersi a scrivere: ti manca la traccia per farlo: osservando il materiale prodotto al punto quattro, estrapola le parole (o frasi) ordinative di base (quelle poche parole da cui è possibile far discendere tutte le altre) e trasformale in una struttura (alcuni programmi di scrittura hanno una specifica funzione) che altro non è se non l’indice dei contenuti (che è diverso dall’indice analitico; i programmi di scrittura lo generano automaticamente mediante la funzione Sommario) della tua relazione.

6 – Scrivi

A questo punto puoi iniziare a scrivere i contenuti, ma fallo con metodo: scrivi basandoti sulla struttura definita, elabora una parte alla volta e, nel farlo, prima lavora sui singoli concetti cardine e solo quando ne sei soddisfatto assembla il tutto. Mentre scrivi non pensare all’ortografia, alla grammatica e alla sintassi, sono tutti aspetti che andrai a verificare e sistemare nella fase successiva, insomma… concentrati sullo scrivere!

7 – Controlla

Terminata la scrittura di tutte le parti rileggi e, nell’ordine:

  1. cerca e sistema gli errori ortografici
  2. cerca e sistema gli errori grammaticali
  3. cerca e sistema gli errori di sintassi
  4. cerca e risolvi ripetizioni, incongruenze, passaggi rimasti in sospeso, cripticità (lavora su una copia del documento o attiva la funzione di revisione: sarà facile ritornare all’origine se non si è contenti del risultato).

8 – Impagina

Preoccuparsi della formattazione in fase di scrittura produce l’unico effetto di rendere interminabile il lavoro o, comunque, assai lungo e pedantesco: stili, colori, titolazioni, eccetera si fanno solo a testo completato, se hai utilizzato bene la funzione di struttura il trasferimento delle impostazioni sarà pressoché immediato e automatico.

9 – Inserisci le immagini

Ora che il testo è completo, corretto, ben formulato e impaginato, non resta che reperire e inserire le immagini, ricorda che le immagini devono essere congruenti con lo scritto, inserite nella posizione prossimale alla parte di testo a cui si riferiscono, possibilmente prodotte da se stessi, se utilizzi immagini prelevate da Internet attenzione alla licenza d’uso (tutti i principali motori di ricerca permetto di filtrare le immagini sulla base della loro libertà di utilizzo).

10 – Completa

Passaggio terminale la produzione dell’indice dei contenuti, dell’eventuale indice analitico, della prefazione, della presentazione, della copertina, della seconda di copertina, eccetera.


Se vuoi saperne di più usa il modulo di richiesta intervento per ottenere informazioni sul mio corso “Come scrivere una relazione”, viene erogato anche (e preferibilmente) in remoto, con diverse modalità per cui potremo trovare quella a te più congeniale.

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EdI ovvero…


Va avanti a colpi questo mio impegnativo ma stimolante progetto, finalmente, però, posso svelare per intero l’arcano mistero di EdI, l’acronimo di…

Ecologia dell’Ingegno!

Uhm, ma che vuol dire ecologia dell’ingegno? Che cosa hanno a che fare l’ecologia e l’ingegno?

Tutti conoscono il significato di queste due parole e proprio per questo è probabile ci si chieda, così come hanno fatto molti di quelli che me ne hanno sentito parlare, come possono stare insieme. Orbene, la parola ecologia non identifica solo ed univocamente, come molti pensano, il rispetto per l’ambiente, ma si allarga a rappresentare altri concetti, per giunta già formulati ben prima di quello ambientale. Ecologia in psicologia identifica la razionalizzazione delle risorse, nella comunicazione definisce quel modo di comunicare volto a superare le conflittualità e creare armonia, per la PNL significa rispetto per il “sistema persona” e mantenimento dell’armonia tra le parti che lo compongono. L’ecologia è anche la scienza che studia la relazione tra gli esseri viventi e l’ambiente. Ecco i cardini logici che legano ecologia e ingegno, quell’ingegno che pensa alle cose anche in funzione delle loro relazioni con quanto le circonda, quell’ingegno che si esprime nel massimo rispetto del “sistema persona”, che nasce dall’armonia e si evolve nell’armonia.

EdI è molto più di un programma di corsi, EdI è un percorso di focalizzazione e di crescita attraverso il quale ottimizzare le proprie competenze per pervenire ad una consapevolezza razionale e, allo stesso tempo, istintiva delle proprie azioni e delle relative reazioni.

EdI è molto più di un servizio, EdI è una comunione d’intenti, è la condivisione di problematiche e delle loro soluzioni, è una comunità di miglioramento ecologico personale, aziendale e scolastico.

Se vuoi essere contatto per definire insieme il tuo percorso in Ecologia dell’Ingegno compila il modulo di richiesta intervento.

Non ne sono capace!


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“Non ce la posso fare”, “non ne sono capace”, “non so come fare”, queste sono alcune delle affermazioni tipiche che sento fare dai miei alunni di scuola e anche da alcuni discenti adulti. D’altra parte sono affermazioni assai tipiche, quale discorso potrei mai costruirci attorno? Beh, un discorso l’ho costruito, di più, in questi ultimi anni ho elaborato un metodo di lavoro che mi permette di contrastare questi atteggiamenti, si atteggiamenti, perché alla fine di questo si tratta. Partiamo dall’inizio.

Al termine delle scuole medie mi sconsigliarono il proseguimento degli studi specie di quelli in ambito professionale; sei anni dopo mi diplomo Perito Industriale e, passato qualche lustro, avvio la mia attività di Libero Professionista.

Al termine del corso di arrampicata su roccia l’istruttore afferma che io e l’arrampicata siamo agli antipodi; una decina d’anni dopo, percorsa tutta la scala gerarchico-formativa, sono Istruttore degli Istruttori Nazionali, il massimo nell’ambito delle scuole del Club Alpino Italiano.

Al corso di preparazione alle selezioni di Maestro di Sci un eminente Istruttore mi disse di lasciar perdere; tre anni dopo la mia sciata non solo genera ammirazione in diversi maestri di sci, ma anche nel padre di un olimpionico di sci alpino (si, maestro non lo sono diventato, ma a causa di un infortunio durante le selezioni).

Verso i mie quarantacinque anni il mio cliente principale a causa di pressioni dall’alto si rivolge ad altro fornitore e io resto praticamente senza lavoro, devo reinventarmi, trovare nuovo sbocco professionale; tre anni dopo, nonostante la mia profonda timidezza (un esempio che vale per tutti: dopo ogni colloquio di lavoro ho sempre aspettato almeno tre mesi prima di cercarne o accettarne un altro perché “ho dato la mia parola, se poi mi chiamano la disattendo”), la situazione si è normalizzata e sono diventato un apprezzato formatore e docente.

Non ho raccontato questi episodi della mia vita per mettermi in mostra o per far sembrare altri dei pusillanimi, l’ho fatto perché oggi, mentre correvo per uno dei miei soliti allenamenti (eh, si, c’è anche questo, ho sempre odiato la corsa e ora è diventata una parte importante della mia vita), pensando al metodo di lavoro accennato in apertura, mi sono passati in mente questi episodi ed ho improvvisamente capito che c’è un profondo legame tra le due cose, ho compreso che, inconsciamente, quello che sto facendo con i miei allievi deriva dal profondo lavoro che nel tempo ho fatto su me stesso e che mi ha portato a dichiarare inammissibili frasi come “non ne sono capace”, “non ce l’ha posso fare” e via dicendo: materialmente sono solo una scusa con se stessi, un modo per giustificare il proprio disimpegno, una scappatoia per evitare la fatica di pensare, un tentativo di indurre altri a fare le cose che dovremmo fare noi o a guidarci passo passo alla loro risoluzione. Da qualche anno non le accetto più, chi le formula riceve da parte mia solo ed esclusivamente… un forte invito a dimenticare tali frasi, a rimuoverle dal proprio vocabolario, a formulare, al loro posto, delle domande circostanziate. I risultati sono decisamente pregevoli, ho visto ragazzi assolutamente privi di fiducia in se stessi diventare in poco tempo decisi ed efficienti, ho visto ragazzi che si arrendevano davanti alla minima difficoltà affrontare e risolvere problemi anche piuttosto impegnativi, ho visto cadere muri enormi, ho visto crescere attitudini e speranze.

Anche a te capita spesso di cadere nello sconforto o di vederlo fare ai tuoi figli, se vuoi aiuto contattami attraverso il modulo di richiesta intervento e ne parleremo direttamente. Preciso che non sono uno psicologo quindi non si tratta di un’assistenza medica, solo di un supporto didattico e morale, di una formazione alla risoluzione dei problemi attraverso una particolare combinazione di strumenti e metodiche.

Apprendere e insegnare


Per apprendere non basta richiedere e/o sorbirsi un travaso di conoscenze, per apprendere è necessario mettersi in gioco: applicarsi, elaborare le nozioni trasferendole a vari contesti, farsi domande e cercarsi le risposte. Insomma per apprendere è necessario essere veicoli del proprio stesso apprendimento.

Per insegnare non basta fornire un travaso di conoscenze, per insegnare è necessario scendere dalla cattedra: far parlare più che parlare, lasciar sperimentare invece di condizionare, generare dubbi più che anticiparli, abituare all’autodeterminazione invece di sopprimerla, responsabilizzare piuttosto che costringere, lasciare spazio all’errore invece di farne spauracchio, trovare e provare percorsi differenziati più che procedere a spada tratta lungo un unico immutabile processo. Insomma per insegnare è necessario essere disposti ad imparare.

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