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Formazione a distanza uguale cambio di paradigma


Non è mia abitudine ricorrere alle qualifiche per dare peso alle cose che vado dicendo, ma in questo caso devo necessariamente fare un’eccezione: partiamo da qui, dal mio Master in Specialista e-Learning.

In questi infausti giorni tutti stanno necessariamente scoprendo l’utilità del lavoro da remoto, comprese le scuole di ogni ordine e grado. Purtroppo i risultati saranno ancora limitati e/o parziali, di certo provvisori, e questo perché non ovunque si stanno superando le idiosincrasie verso tale modalità di lavoro, non tutti stanno andando oltre la loro diffidenza, non tutti (in primis le istituzioni governative nazionali e regionali) ancora comprendono cosa voglia veramente dire lavorare a distanza e, nello specifico di questo articolo, fare formazione a distanza.

Formazione a distanza (o FAD) è invero un termine che raggruppa diverse forme operative (videoconferenza, video in differita, invio di documentazione cartacea e via dicendo) tenendole più o meno isolate fra loro. La modalità che, al contrario, le prevede tutte e aggiunge alla loro semplice somministrazione altri aspetti (incontri con esperti, tutoraggio, portfolio, progetti di lavoro, eccetera) che vanno ao completare e perfezionare la didattica e, di riflesso, la formazione.

Che si voglia parlare di FAD o, più efficientemente, di e-Learning quello che raramente viene preso in considerazione, e talvolta nemmeno da cosiddetti esperti, è che in ogni caso non si tratta di trasferire l’aula dalla sua sede fisica a quella più ampia e meno definita della rete (e non uso il termine di aula virtuale, perché invero di virtuale c’è ben poco: le persone sono reali, l’hardware è reale, i programmi sono sempre quelli), in ogni caso c’è l’indissolubile necessità di cambiare completamente il paradigma formativo.

Il nuovo paradigma formativo

Ruolo dell’insegnante

Come prima cosa c’è da comprendere e applicare quello che i più titolati pedagogisti da anni vanno dicendo: l’insegnante non è un travasote di conoscenze e abilità ma è un facilitatore, ovvero la figura che guida il discende nel percorso di autoformazione.

Obiettivo del docente

Per dirla con Perticari: “il docente è colui che impara, il discente è colui che insegna”, “solo colui che è disposto a imparare può aiutare ad imparare”.

Gestione della formazione

La formazione a distanza e l’e-Learning fondano tutta la loro efficienza su un preciso cambiamento metodologico: la classe capovolta. In assenza di un tale modo di operare i risultati saranno inevitabilmente scadenti o, comunque, non migliori di quelli ottenibili nella formazione in presenza (ed è da qui che nasce quello che si sente spesso affermare: “la FAD può solo essere un’aggiunta alla formazione in aula”).

Ormai tutti dovrebbero sapere cosa vuol dire classe capovolta, in ogni caso lo chiarisco: per classe capovolta s’intende quella modalità didattica dove lo studio viene fatto a casa in autonomia sulla base del materiale preparato dal docente, in seguito in aula (che nel caso dell’e-Learning vuol dire tutoraggio via Internet più progetti di lavoro individuali e in gruppi) viene attuato l’approfondimento, preferibilmente mediante un lavoro ancora autonomo dei discenti in questo stimolati, seguiti e aiutati dal docente.

Computo tempistico

Qui casca l’asino, qui ci imbattiamo nel principale muro che sta limitando la diffusione e la comprensione dell aformazione a distanza: pretendere il controllo orario così come avviene nell’aula fisica.

No, signori, no, nella formazione a distanza questo si potrebbe anche fare ma, intanto le strutture di rete (linee e server) collasserebbero per la contemporanea presenza di classi, ma non va fatto: nella formazione a distanza non si deve lavorare su base tempo, ma su base obiettivo, dove l’obiettivo è l’acquisizione di una data competenza (conoscenza e abilità). In fase di progettazione del corso si stabilisce quanto tempo di esercitazione sia necessario per poter raggiungere la data competenza, un quarto sarà basato su seminari in tempo reale, tre quarti su lavoro autonomo.

Verifica delle competenze

Qui le cose sono più flessibili si possono adottare con la stessa efficianza diverse modalità:

  • esami in presenza
  • test da remoto
  • progetti di lavoro (soluzione che personalmente reputo la migliore)

Ricapitolando

FAD uguale:

  1. docente come facilitatore
  2. docente che impara e discente che insegna
  3. classe capovolta
  4. lavoro a progetto
  5. computo potenziale dei tempi di apprendimento (ovvero fiducia nel discente, che se responsabilizzato sicuramente risponde positivamente)
  6. Verifica non necessariamente basata sui test e non necessariamente in presenza (ancora si ritorna al discorso dare fiducia!)

Apprendere e insegnare


Per apprendere non basta richiedere e/o sorbirsi un travaso di conoscenze, per apprendere è necessario mettersi in gioco: applicarsi, elaborare le nozioni trasferendole a vari contesti, farsi domande e cercarsi le risposte. Insomma per apprendere è necessario essere veicoli del proprio stesso apprendimento.

Per insegnare non basta fornire un travaso di conoscenze, per insegnare è necessario scendere dalla cattedra: far parlare più che parlare, lasciar sperimentare invece di condizionare, generare dubbi più che anticiparli, abituare all’autodeterminazione invece di sopprimerla, responsabilizzare piuttosto che costringere, lasciare spazio all’errore invece di farne spauracchio, trovare e provare percorsi differenziati più che procedere a spada tratta lungo un unico immutabile processo. Insomma per insegnare è necessario essere disposti ad imparare.

Chi siamo, cosa siamo, è l’etichetta a farci diversi?


Scrittura creativa, un modo efficiente per comunicare pensieri, un modo esaltante per insegnare.

Mondo Nudo

Una mattina d’inverno una mucca, svegliandosi dal sonno notturno, improvvisamente balza in piedi e, rivolta alle sue compagne di stalla: “carissime amiche, io mi sono stufata di vivere ferma in questa stalla mal ridotta, d’essere munta solo quando sto scoppiando dal dolore, di stare al freddo e all’umido, voglio cambiare, voglio essere una mucca da corsa!”

Così tutta baldanzosa per la sua idea, si lucida per bene il manto, si pulisce gli zoccoli e s’avvia verso il vicino paese dove, proprio oggi, si tiene la fiera degli animali. Giunta al paese cerca di attirare l’attenzione su di sé e, per farlo, si piazza un bel cartellone al collo con scritto “Venite signori, venite a vedere la più bella mucca da corsa del mondo!. Passa il tempo e nessuna delle persone che si sono fermate a leggere il cartello si è poi soffermata a osservare e parlare con la mucca, solo…

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Logica linguistica: libertà di opinione


0270Fino ad una ventina di anni addietro rarissimamente m’era capitato di sentirla, poi, parallelamente alla diffusione degli ambienti di discussione on-line e, forse, della relativa (apparente) possibilità di rendersi ignoti, l’affermazione è apparsa sempre più spesso arrivando a essere un vero e proprio mantra difensivo o addirittura preventivo per tutti coloro che parlano o scrivono senza sentire l’esigenza d’essere realmente preparati su quello che trattano.

“C’è libertà d’opinione” eccolo qua il grido liberatorio, il baluardo su cui fondare la propria comunicazione, il proprio atteggiamento nella rete o addirittura nella vita.

Verissimo che c’è libertà di opinione ma…

  • come detto nel precedente articolo di questa serie non si deve confondere opinione con giudizio;
  • bisogna rendersi conto che proprio questa libertà comporta il parallelo dovere di opinionare in modo informato;
  • sarebbe opportuno evitare di dire o scrivere stupidate;
  • se si dicono o scrivono scemenze è poi quantomeno ridicolo prendersela con chi l’ho fa notare.

Insomma…

C’è libertà di opinione, ma non quella di esprimere tutto quello che passa per l’anticamera del proprio cervello!

Logica linguistica: opinione o giudizio?


IMG_0951Prima attivo partecipante di alcuni Newsgroup, poi i forum di cui sono diventato pure moderatore e amministratore, a seguire l’intensa attività nelle comunità on-line e nei social network, al tutto aggiungiamoci i tanti anni di lavoro come formatore aziendale e docente, insomma ho di certo una lunga esperienza delle dinamiche sociali, sia di quelle in presenza che di quelle in remoto, nel contesto di tale esperienza ho potuto osservare il reiterarsi e, nel tempo, il diffondersi di atteggiamenti comunicativi piuttosto particolari (e fondamentalmente errati), in particolare la sempre minore consapevolezza del proprio linguaggio, del significato delle proprie parole, dei costrutti logici che regolano e costruiscono la frase, il suo messaggio, la trasmissione e la ricezione, da qui l’idea di sviluppare un serie di mini articoli improntati alla logica linguistica.

Partiamo con quella che è la principale confusione che viene fatta e che, combinandosi con la pur corretta (ma a sua volta fraintesa) affermazione “c’è libertà di opinione” e tutte le sue derivate, poi comporta incomprensioni o litigi, specie se i discorsi sono focalizzati, più o meno direttamente, su delle persone: l’errato concetto di opinione, spesso reso sinergico o addirittura coincidente con quello di giudizio o di preferenza.

Per poter essere il più generico e chiaro possibile farò degli esempi banali e mi concentrerò su quello che, come ho detto poco sopra, è il pomo della discordia: i discorsi sulle persone. Prima però è opportuno richiamare una regola fondamentale della comunicazione: spetta chi apre un discorso cercare di fari capire al meglio e verificare che il suo messaggio sia arrivato a destinazione così come lo si voleva trasmettere, se così non fosse spetta a lui ripeterlo in modo diverso e così via fino a pieno recepimento del messaggio voluto; nell’ambito della comunicazione (in particolare di quella assertiva, ma è comunque una regola generale) frasi del tipo “non capisci” sono assolutamente sbagliate, il corretto atteggiamento è quello del “mi sono spiegato male”.

Opinione

Esprimere un pensiero avulso da ogni forma di valutazione, sia essa esplicita che implicita, sulle persone e sul loro operato: “non mi piacciono le mele”; “il mare mi annoia”; “a mio parere potremmo procedere in questo modo”, “io faccio così perché mi ci trovo meglio”. Mantenendosi nel contesto delle opinioni un discorso mai potrà degenerare in litigio.

Giudizio

Esprimere un pensiero valutativo: “le tue mele fanno schifo”; “il mare di quella regione è gestito molto male”; “le vostre proposte sono assurde”; “io faccio così perché considero inutile fare come fate voi”. Un giudizio non richiesto o seppur richiesto non supportato da evidenze inappuntabili sempre porterà a criticità comunicative.

Preferenza

Esprimere una scelta tra due o più possibilità, implicitamente comporta pur sempre una valutazione seppure smorzata: “preferisco le sue mele”; “al mare di quella località preferisco quello di quell’altra”; “preferirei procedere nel modo che vi ho esposto io”. La preferenza è una situazione di mezzo: a seconda di come viene espressa può essere recepita come opinione o come giudizio.

Il cellulare a scuola


Si è fatto un gran parlare della decisione del Ministro dell’Istruzione di permettere l’utilizzo del cellulare in aula, ne hanno parlato in molti, sui social, alla televisione, in radio, chi ne ha parlato a favore e, più spesso, chi contro. Ho sentito opinioni motivate e altre, specie per quelle contro, immotivate o addirittura senza senso, quella che più mi ha fatto incacchiare l’ho sentita alla radio formulata da un noto giornalista: “ho pensato a lungo alla cosa e non ho trovato una sola ragione valida per giustificare l’uso del cellulare in aula”. Mi è sembrato di sentire i similari discorsi fatti per tante altre evoluzioni tecnologiche: il computer, gli aerei, l’auto, il treno e via dicendo.  Ogni innovazione trova sempre chi la osteggia, in genere perché non si riesce a capirla, spesso perché se ne vedono solo i lati negativi, altre volte perché è più comodo osteggiarla che assecondarla, talvolta perché non ci si sforza di imparare a usarla.

Motivazioni valide per l’utilizzo del cellulare in aula? Eccone alcune!

  1. Ormai quasi tutti hanno il cellulare fin da piccoli, usarlo a scuola al posto di un computer personale vuol dire far risparmiare soldi alle famiglie.
  2. Il cellulare è oggi un vero e proprio computer, ma molto più maneggevole e molto meno ingombrante indi più comodo da portare a scuola e da utilizzare in aula, e come tale diviene un potentissimo strumento di educazione e apprendimento.
  3. Il cellulare può facilmente interagire con i moderni strumenti didattici, ad esempio con la LIM.
  4. Attraverso il cellulare si possono creare facilmente e velocemente sessioni di lavoro cooperativo anche a distanza.
  5. Il progresso non si può fermare né, tantomeno, negarlo e la scuola, date le sue finalità, deve necessariamente esserne la fonte primaria di conoscenza e divulgazione.
  6. I giovani vivono il progresso tecnologico fin dalla più giovane età e, pertanto, la scuola deve condividere con loro tale importante fase di accrescimento.
  7. L’educazione all’uso cosciente della tecnologia non può avvenire se ne impediamo l’utilizzo proprio in quei contesti che sono dediti all’educazione.
  8. Come possiamo pretendere che i giovani imparino ad affrontare le difficoltà quando siamo noi adulti i primi ad aggirarle, a cercare la strada più semplice?

Duemila parole, non di più


Pienamente d’accordo e faccio mio l’invito con cui si chiude l’articolo, allargandolo anche ad altri contesti.

Viaggi Ermeneutici

Vecchi appunti universitari e rimembranze delle lezioni del compianto prof. De Mauro, (ricordate? ne avevo parlato in questo post a proposito di giochi linguistici) mi ricordano che il vocabolario italiano è composto da circa 400 mila vocaboli. Un numero enorme simile a quello spagnolo e a quello tedesco, molte più del francese, molte meno dell’inglese. Ma questi numeri dicono poco, perché comprendono anche tutte le varianti di un singolo vocabolo (singolare, plurale, maschile, femminile) o la coniugazione di un verbo. Eliminando doppioni e variazioni inutili possiamo dire che il lessico comune comprende circa 50 mila vocaboli. Peccato che nel 95% dei nostri discorsi ne usiamo circa 2000 (circa il 4%), che è il cosiddetto lessico fondamentale. Facciamo un paragone con i soldi: è come se ogni mese potessimo usare cinquantamila euro, ma ci ostinassimo a vivere con duemila. Ci autoimpoveriamo.

E siccome il linguggio è lo specchio del pensare…

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Arriva WeSchool, la piattaforma per creare lezioni collaborative


La tecnologia è inarrestabile ed ogni resistenza è destinata all’inesorabile fallimento, piuttosto che opporvisi dobbiamo imparare a farcene attenti e intelligenti fruitori: tecnologia non per produrre di più e/o in meno tempo bensì tecnologia per migliorare la qualità della vita (oltre e più che del lavoro). Tra l’esercito dei lavoratori vi sono anche gli insegnanti ed è giusto che anche per costoro vengano sviluppati e proposti sempre più specifici e avanzati  sistemi d’insegnamento tecnologico, anche perchè ormai la scuola ha a che fare con ragazzi che nascono con la tecnologia nel sangue, anche se poi materialmente della stessa conoscono più che altro l’utilizzo, ed ecco un altro valido motivo per aiutarli a conoscerne anche struttura e funzione.

Ecco, a cura di Carlotta Balena per StartupItalia, la presentazione di un nuovo strumento che aiuta gli insegnanti a fare il loro lavoro e farlo al meglio: “Arriva WeSchool, la piattaforma per creare lezioni collaborative“.

#Didattica moderna e riforma della #scuola


1237Le più evolute e recenti metodiche dell’insegnamento fanno del docente una figura molto diversa da quella classicamente riconosciuta, non più colui che trasferisce ai discenti il sapere, bensì colui che guida i propri alunni all’autoapprendimento delle competenze. Affinché tale contesto possa però dare il meglio di se stesso, il primo passo educativo-didattico dovrebbe essere quello dell’imparare ad imparare, contestualmente affiancato dall’imparare ad amare l’imparare e dall’imparare l’autonomia e la responsabilità. Purtroppo, ad oggi, la nostra scuola, per constatazione stessa di diverse esperti in materia, fin da subito, è terreno assai fertile del sentimento nettamente opposto: odiare l’imparare. I docenti sono stati e vengono costantemente formati (obbligati a formarsi) anche in funzione di queste nuove visioni dell’insegnamento, ma questo è tutt’altro che sufficiente per cambiare la scuola, serve una radicale rivoluzione, un cambiamento che parta dalle più alte sfere dirigenziali, spesso più preoccupate della burocrazia che della didattica, sovente più attente alle apparenze piuttosto che all’essenza, raramente coinvolte nell’aggiornamento imposto ai propri docenti, quasi per nulla assoggettate agli stessi obblighi formativi, serve una ristrutturazione che, al contrario di ogni riforma scolastica proposta, abbozzata o/e adottata nell’ultimo ventennio, parta dal basso, cioè dalla scuole dell’infanzia: è assolutamente insensato ricostruire la casa partendo dal tetto, specie quando le fondamenta sono assolutamente carenti e marce.

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Sommariamente…

Una scuola moderna deve cambiare completamente il proprio paradigma didattico: deve svincolarsi dall’attuale rigidità strutturale che impone ai discenti precisi tempi evolutivi e li suddivide in classi d’età; deve realmente tenere in debita considerazione il tanto decantato (e altrettanto disatteso) concetto dei “tempi personali d’apprendimento”; deve consentire una crescita armonica in contesti di pari interessi e pari capacità (ambedue spesso indipendenti dall’età); deve consentire la stimolante possibilità di operare in gruppi eterogenei (per età, interessi, livello culturale, preparazione scolastica); deve attivare tutte le possibili forme d’insegnamento a distanza.

Una scuola moderna deve, con il necessario cambiamento della vita e della struttura sociale in genere, anche completamente modificare il proprio paradigma sociale: pieno e costante coinvolgimento dei genitori; concessione ai discenti di ampi spazi d’autonomia più o meno totale, sia nella definizione del proprio percorso didattico che nella gestione della propria giornata scolastica; adattabilità alle esigenze di ogni singolo discente il quale ha il diritto di perseguire i propri obiettivi formativi e seguire il proprio percorso didattico senza doversi necessariamente sobbarcare lunghi trasferimenti o assoggettarsi a cambi di residenza, quantunque provvisori.

Una scuola moderna abbisogna necessariamente di un cambiamento dei paradigmi giuridici: riesame attento (eliminazione?) dell’obbligo alla scolarizzazione che ha palesemente prodotto solo scaldabanchi e diminuito il livello formativo dei giovani adulti; ristabilimento di una visione semplice e chiara delle responsabilità senza premi lobbistici alle compagnie assicurative e senza induzione di comportamenti quali il richiedere rimborso per prevedibili incidenti dovuti a propri sconsiderati atti volontari al grido di “tanto sono assicurati” (che si ricollega all’importante ruolo educativo della scuola all’autodeterminazione e all’autocontrollo); recupero dell’autonomia operativa delle scuole, oggi troppo vessate da limitazioni giuridiche e da procedure burocratiche che, lungi dall’averne a che fare, al contrario ostacolano i risultati didattici, il coinvolgimento globale in attività didattiche ed extradidattiche di tutte le persone che vivono nella o intorno alla scuola (discenti, genitori, docenti, eccetera), la corretta gestione dei tempi formativi e sociali.

Ovviamente il cambiamento, pena l’inapplicabilità dello stesso (anche a causa delle comprensibili reticenze che andrebbe a produrre), dev’essere progressivo e senza sconvolgere le dinamiche già instaurate: chi ha iniziato il proprio percorso scolastico col vecchio sistema lo concluda, seppur inserendo comunque nuovi strumenti e nuove formulazioni didattiche, col vecchio (il già esposto concetto di partenza dal basso, dalle fondamenta).

Programmazione si, programmazione no.


Bello, stimolante e, soprattutto, confortante trovare nel libro, anzi già nella sola introduzione al libro, di un eminente professore universitario di pedagogia e filosofia della formazione le conferme alle proprie convinzioni, convinzione per le quali ci si trova ad essere piccoli granelli di sabbia nella sconfinata estensione di una spiaggia che propaganda concetti diversi, convinzioni per le quali più volte ci si è trovati a dover subire imposizioni che marciano in senso opposto, a dover operare secondo linee di cui si conoscevano i limiti e le deficienze.

Da “Attesi Imprevisti” di Paolo Perticari, Ed. Bollati Boringhieri

“Il punto di vista inatteso … è spesso la più grande risorsa e il miglio aiuto per insegnare/imparare. Se un insegnante segue sempre il filo del programma da realizzare rischia di confondere i suoi pregiudizi e il programma con quello che davvero succede nel luogo in cui si trova a operare… A scuola si parla molto di programma da realizzare, di futuro da costruire, e certo è importante avere una prospettiva verso cui tendere… certo è importante mantenere uno sguardo aperto sul futuro evitando di ridurre tutto a sistemazione del presente…  ma questo del futuro… contiene una formidabile strumentalizzazione che probabilmente è uno dei problemi più seri dell’educazione oggi: dobbiamo riuscire a concepire processi educativi non tanto finalizzati a un futuro che poi nessuno sa davvero come sarà, … ma pensare che la vera posta in gioco è la qualità, la profondità, la semplicità, la pazienza che a volte è necessaria per salvare un incontro, quando un incontro può avvenire. Quel tempo lì è ben più interessante del futuro da costruire, perché in quel tempo c’è già tutto quello che serve al futuro per poter avvenire. … Tutta questa pedagogia … fa troppa ricerca, propone troppa programmazione, e non educa all’attesa; e invece molte volte le cose più preziose sono proprio gli imprevisti, le emozioni, gli spaesamenti… Tutta questa pedagogia e didattica fatta di esperti che programmano è inquietante… Una didattica non minacciosa, che non sa già tutto di quello che deve trovare ed è perciò capace di orientarsi e riorganizzarsi in rapporto a quello che succede.”

Un concetto, questo, che da sempre è stato alla base del mio modo di fare didattica, sia agli inizi quando operavo solo come formatore aziendale, che in seguito quando iniziai a operare anche nell’ambito delle strutture scolastiche, poi arrivata la moda delle unità didattiche intese come rigide strutture programmate in tutto e per tutto: contenuti, obiettivi, competenze, tempi, verifiche e date.

Riusciranno la pedagogia e la didattica a recuperare il senno delle cose? Riusciranno a recuperare il tempo che stanno così perdendo? Chi vivrà vedrà, come è d’uopo dirsi!

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