Archivi categoria: Metodologie didattiche

Cambiare i paradigmi dell’educazione


Bello scoprire che quanto vado affermando ormai da diversi anni è parallelamente sostenuto e divulgato da altre persone…

Sir Ken Robinson, “Changing Paradigms” un magnifico e interessantissimo video, in questa versione tradotta in italiano e reperita sul canale YouTube di Luca Gervasutti.

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Interessare gli alunni


sogni“Ho fatto vedere loro un filmato molto interessante, ma loro si sono annoiati”.

 “Ho passato il pomeriggio a valutare decine di articoli per sceglierne uno da proporre ai miei alunni e poi la risposta è stata zero”.

 “Gli alunni di oggi sono demotivati e disinteressati”.

 “Con gli adulti è più facile”.

 Sono alcuni esempi di frasi molto comuni tra chi insegna, frasi che esemplificano situazioni assai frequenti e reiterate, frasi che, però, mettono in evidenza anche un atteggiamento didattico obsoleto (la pretesa di decidere per conto degli alunni) e che, purtroppo, il sistema, attraverso la schedulazione dei programmi e dei tempi di studio nonché l’estensione dell’obbligo scolastico, ha reso cronico e insuperabile anche da parte di chi avrebbe la visione più aperta verso la metodologia didattica vincente.

 Non è la scuola o il docente a dover decidere cosa è interessante e proficuo per gli alunni, ma devono essere gli alunni a farlo, la scuola e il docente devono sfruttare le scelte dei discenti per guidarli, e sottolineo “guidarli”, verso l’acquisizione degli obiettivi didattici e sociali definiti.

 L’insegnante non può essere un travasatore di contenuti e nemmeno un costruttore di contenuti, l’insegnante è e dev’essere il coordinatore del processo di auto apprendimento. La scuola non può essere la prigione delle intelligenze, la scuola è e dev’essere l’ambiente in cui tali intelligenze trovano la libertà più ampia per esprimersi, agire e crescere!

 Per dirla con le parole di Paolo Perticari: “l’insegnante impara, il discente insegna.”

Programmazione si, programmazione no.


Bello, stimolante e, soprattutto, confortante trovare nel libro, anzi già nella sola introduzione al libro, di un eminente professore universitario di pedagogia e filosofia della formazione le conferme alle proprie convinzioni, convinzione per le quali ci si trova ad essere piccoli granelli di sabbia nella sconfinata estensione di una spiaggia che propaganda concetti diversi, convinzioni per le quali più volte ci si è trovati a dover subire imposizioni che marciano in senso opposto, a dover operare secondo linee di cui si conoscevano i limiti e le deficienze.

Da “Attesi Imprevisti” di Paolo Perticari, Ed. Bollati Boringhieri

“Il punto di vista inatteso … è spesso la più grande risorsa e il miglio aiuto per insegnare/imparare. Se un insegnante segue sempre il filo del programma da realizzare rischia di confondere i suoi pregiudizi e il programma con quello che davvero succede nel luogo in cui si trova a operare… A scuola si parla molto di programma da realizzare, di futuro da costruire, e certo è importante avere una prospettiva verso cui tendere… certo è importante mantenere uno sguardo aperto sul futuro evitando di ridurre tutto a sistemazione del presente…  ma questo del futuro… contiene una formidabile strumentalizzazione che probabilmente è uno dei problemi più seri dell’educazione oggi: dobbiamo riuscire a concepire processi educativi non tanto finalizzati a un futuro che poi nessuno sa davvero come sarà, … ma pensare che la vera posta in gioco è la qualità, la profondità, la semplicità, la pazienza che a volte è necessaria per salvare un incontro, quando un incontro può avvenire. Quel tempo lì è ben più interessante del futuro da costruire, perché in quel tempo c’è già tutto quello che serve al futuro per poter avvenire. … Tutta questa pedagogia … fa troppa ricerca, propone troppa programmazione, e non educa all’attesa; e invece molte volte le cose più preziose sono proprio gli imprevisti, le emozioni, gli spaesamenti… Tutta questa pedagogia e didattica fatta di esperti che programmano è inquietante… Una didattica non minacciosa, che non sa già tutto di quello che deve trovare ed è perciò capace di orientarsi e riorganizzarsi in rapporto a quello che succede.”

Un concetto, questo, che da sempre è stato alla base del mio modo di fare didattica, sia agli inizi quando operavo solo come formatore aziendale, che in seguito quando iniziai a operare anche nell’ambito delle strutture scolastiche, poi arrivata la moda delle unità didattiche intese come rigide strutture programmate in tutto e per tutto: contenuti, obiettivi, competenze, tempi, verifiche e date.

Riusciranno la pedagogia e la didattica a recuperare il senno delle cose? Riusciranno a recuperare il tempo che stanno così perdendo? Chi vivrà vedrà, come è d’uopo dirsi!

Tablet, OneNote e didattica


Raccordando fra loro tradizione e tecnologia ecco perché i leggerissimi e comodi tablet sono gli strumenti ideali nell’ambito di una didattica moderna e coinvolgente!

Dal canale YouTube di Microsoft in Education

La nuova frontiera dell’insegnamento


1712Non è esattamente nuovo visto che se ne parla già da ormai diversi anni, ma è comunque argomento che appare essere ancora caldo e interessante: la nuova frontiera dell’insegnamento!

Un tempo insegnare voleva dire che qualcuno (il docente) passava le proprie conoscenze e abilità (competenze) a qualcun altro (il discente), oggi il significato d’insegnare è stato rivisto e trasformato sia in seguito a studi più attenti dei processi di apprendimento, sia al fine di renderlo più adeguato alle esigenze di una società più ampia, una società nella quale la tecnologia è predominante e le competenze si sono notevolmente espanse, una società dove la formazione professionale deve necessariamente tendere alla specializzazione il supporto all’autoapprendimento. Ecco che il docente moderno non è più colui che trasferisce le proprie conoscenze ad altri ed è diventato colui che si occupa di definire, formulare e produrre il miglior percorso di autoapprendimento.

Autoapprendimento è la parola chiave, la sfida alla quale la scuola oggi deve organizzarsi: il docente, oggi, non può basare il proprio operato sulla lezione frontale, sull’illustrazione minuziosa dei concetti, sulla formulazione metodica e precisa delle esercitazioni, al contrario, deve soprattutto, per non dire esclusivamente, guidarlo alla scoperta dei concetti e delle azioni mediante un insegnamento che sia criptico e improntato alla sperimentazione personale delle cose. Il primo aspetto, quello della cripticità, serve per lasciare diversi punti oscuri, al fine di creare nel discente dubbi e stimolare le sue domande, il secondo, quello della sperimentazione, per esaltare l’aspetto deduttivo. Importante, poi, che il tutto sia costruito attorno alla riconsiderazione della valenza educativa e formativa dell’errore: il discente dev’essere lasciato libero di sbagliare, anche a più riprese, anzi, quando possibile l’errore va anche indotto ad arte, solo così facendo si stimola il discente ad essere produttivo e collaborativo, a non temere il giudizio, a mettersi in gioco e a mettere in campo tutta la sua capacità logica e deduttiva, arrivando ad evidenziare (e imparare) quanto e come gli errori possano essere, se ammessi e accettati, ben più utili delle cose giuste e scontate.

Purtroppo al lato della pratica appare che molti discenti, in particolare, i giovani, pur avendo iniziato il loro percorso educativo didattico dopo la nascita delle nuove formulazioni didattiche, ancora si aspettano che il docente fornisca loro, in via induttiva, istruzioni pronte all’uso, complete ed esaurienti. Giovani, questi, che non sono in grado di seguire il moderno metodo d’insegnamento e definiscono incapace o svogliato quel docente che, invece, lo persegua con dedizione.

La motivazione?

Come sempre la risposta è complessa, rendendo improbo il compito di chi deve formularla in poche righe. Con in mente tale considerazione vediamone quantomeno gli aspetti principali.

Partiamo dalla scuola, una scuola, quella italiana (non perché le altre siano magari diverse, ma perché conosco direttamente solo questa e quando dico o scrivo lo faccio solo per le cose che conosco in prima persona e non per sentito dire), che appare ancora troppo legata al voto come premio e come punizione (mentre dovrebbe essere visto e usato solo come indicazione degli obiettivi perseguiti), all’errore come “peccato” (mentre, come già detto, dovrebbe essere visto e usato come preziosa risorsa educativa e formativa).  Una scuola dove il discente acquisisce la paura del giudizio e quella di sbagliare, quando, al contrario, dovrebbe imparare a fare senza preoccupazione, a sperimentare, sbagliare, analizzare, comprendere, accettare e dedurre.

Finiamo con l’insieme sociale famiglia/scuola, un sistema che oggi educa i giovani con troppo accanimento terapeutico, ossia badando più al controllarli che al responsabilizzarli, lavorando più sull’immediatezza del risultato che sulla sua durevolezza nel tempo, cercando le soluzioni più comode per evitarsi patemi e problemi, anziché lavorare con quelle che meglio formano il futuro adulto, inteso sia nel senso di cittadino che di lavoratore che di persona. Comodo affermare che certi sistemi non funzionano con i giovani d’oggi o quantomeno con certi giovani senza prima provare a chiedersi se non sia piuttosto la struttura educativo formativa a non essere capace e/o adeguata all’applicazione di detti sistemi: da tempo immemore, tanto per fare un solo esempio, la pedagogia ha ben compreso che ogni discente ha la sua personalissima velocità di apprendimento, l’istituzione scolastica, però, è ancora oggi legata a tempi fissi rigidamente uguali per tutti, fatta salva la possibilità di bocciatura che alla fine, però, si limita a riportare il discente inutilmente e pericolosamente indietro nel suo tempo didattico invece di adattare e personalizzare il processo didattico alla velocità di ogni singolo discente.

La nuova frontiera dell’insegnamento e la nuova sfida per la struttura scolastica non sono quindi tanto nell’applicazione di una moderna metodologia didattica, piuttosto nella loro capacità di riconoscersi come totalmente fondate su principi erronei e di rimettersi, conseguentemente, in gioco per ristrutturarsi completamente ed efficientemente, senza dare sempre e solo colpa ai tartassati docenti costretti a dare risultati con mezzi spesso inadeguati al loro ottenimento.

Medicina sociologica (e pedagogia)


IMG_1821Così come per la medicina, anche in sociologia e pedagogia si sono succedute nel tempo varie metodologie nell’esaminare e trattare i problemi dell’apprendimento. Così come per la medicina esiste l’approccio orientale, che considera l’insieme delle cose, e quello occidentale, che considera il singolo sintomo, anche in pedagogia si sono formati approcci diversi…

Atto uno – Cura dei sintomi.

Un tempo si tendeva a curare i sintomi più che a occuparsi della malattia, ad esempio il ragazzo scrive male per cui lo si obbliga a scrivere centinaia di istanze per ogni lettera dell’alfabeto.

Atto due – Definizione di nuove malattie

Siccome la strategia di cui sopra dava esiti positivi per alcuni e negativi per altri, non potendo la società accettare l’errore metodologico, questa si creò, spesso artificiosamente, delle malattie che potessero giustificare i mancati successi, ad esempio il ragazzo continua a scrivere male anche dopo la cura della ripetizione prolungata della scrittura dei singoli simboli letterari, allora è disgrafico.

Atto tre – Si cura la frattura con l’antidolorifico

Questa nuova strategia più che una cura era però un isolamento e finì col creare emarginazione. Sentendosi colpevole la società per sollevarsi dal proprio senso di colpa iniziò la campagna contro l’emarginazione e iniziò a curare le presunte malattie mediante degli antidolorifici, ad esempio il ragazzo disgrafico va integrato nella società ma trattato differentemente, con percorsi formativi e di crescita individualizzati.

Atto quattro – Si cura la frattura dando l’antidolorifico al medico

Questo però non apporta sostanziali miglioramenti nella situazione iniziale: la cura della malattia. Ancora però non si può vedere oltre i sintomi e ci si inventa di dare gli antidolorifici al medico stesso. Ad esempio il ragazzo non scrive bene, potrebbe essere disgrafico, aggiorniamo gli insegnanti sul tema della disgrafia.

Atto cinque – ?

Quale sarà il prossimo passo strategico?

Quando si arriverà a percepire la malattia?

Quando ci si occuperà dell’insieme invece che del dettaglio?

IMG_1822Gli esperti di PNL (Programmazione Neuro Linguistica) hanno già dimostrato che talvolta, se non spesso, un disgrafico, per continuare con l’esempio utilizzato sopra, non lo è per patologie proprie, ma per errori nell’apprendimento che gli viene sottoposto, un apprendimento che non verifica e non prende in considerazione i sistemi rappresentazionali propri di ogni singolo individuo. Tali sistemi ci condizionano in modo preponderante tutta l’esperienza di vita e la comunicazione, ivi compreso l’apprendimento: se sono uditivo imparerò a scrivere solo se mentre scrivo pronuncio ad alta voce la lettera che sto scrivendo (mentre in classe si chiede il silenzio); se sono visivo mi basterà scriverla; se sono cinestesico avrò bisogno di poter toccare con mano la forma della lettera.

Per fare un altro esempio ancora più eclatante: la dislessia. Leggendo di solito teniamo il libro sul tavolo per cui le parole le vediamo portando gli occhi in basso, questo attiva in noi l’accesso cinestesico. Se siamo auditivi o visivi così facendo non percepiamo quello che stiamo leggendo per cui non riusciamo a memorizzarlo, addirittura potremmo non pronunciarlo correttamente. Cambiando posizione del testo in ragione del nostro sistema rappresentazionale predominante, ecco che magicamente le difficoltà di pronuncia e memorizzazione vengono superate: libro in alto per un visivo che deve poter vedere (trasformare in immagini) quello che legge, libro a livello degli occhi per un auditivo che deve poter sentire (trasformare in suoni) quello che legge, libro in basso per un cinestesico che deve poter percepire (trasformare in sensazioni) quello che legge.

Crederci o non crederci è irrilevante: chi opera nella formazione non deve fermarsi sulle proprie singole convinzioni, non deve chiudere la propria sfera esperienziale a quello che crede, ma deve sempre essere aperto a tutte le logiche e a tutte le possibilità, deve sempre provare tutte le strade immaginabili e possibili; Il suo obiettivo non può e non deve essere l’affermazione di se e delle proprie credenze, bensì deve essere l’affermazione del discente, il suo apprendimento e la sua crescita!

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