Archivi categoria: Organizzazione didattica

Cambiare i paradigmi dell’educazione


Bello scoprire che quanto vado affermando ormai da diversi anni è parallelamente sostenuto e divulgato da altre persone…

Sir Ken Robinson, “Changing Paradigms” un magnifico e interessantissimo video, in questa versione tradotta in italiano e reperita sul canale YouTube di Luca Gervasutti.

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Orientando orientandoci


L’orientamento scolastico dovrebbe essere un servizio fatto agli studenti per aiutarli a scegliere il miglior percorso didattico, ma cosa vuol dire “miglior percorso”? A vedere quanto viene fatto attualmente, tralasciando l’assurda competizione tra scuole per accaparrassi alunni, sembrerebbe essere quel percorso che porta verso i settori che danno maggiori possibilità di assunzione, ma è proprio questo il miglior percorso didattico?

Ammettiamo che un dato settore lavorativo possa fornire cinquecento posti di lavoro e ammetiamo, cosa tutt’altro che vera e scontata, anche che tali posti di lavoro restino disponibili anche dopo i necessari anni di formazione, cosa succede se indirizziamo su quel percorso cinquemila studenti? Beh, cinquecento saranno sempre e comunque gli assunti. Ecco che spingere i ragazzi verso tale settore vuol si dire dare l’opportunità a cinquecento di loro di trovare lavoro, ma vuole anche dire dare ad altri quattromilacinquecento la certezza di non trovarlo o di faticare a trovarlo non avendo altre competenze da mettere in gioco. Da escludere anche che il gioco, la competizione alle assunzioni avvenga in modo equo: tra i cinquemila ragazzi ce ne saranno alcuni che avrebbero comunque scelto quel percorso e, quindi, motivati a quello specifico studio si sono impegnati a fondo e arrivano al lavoro preparati e competenti, indi facilmente selezionabili; ma ce ne saranno molti a cui quel percorso proprio non interessava per cui, poco o nulla motivati, non si sono preparati a dovere e non verranno mai presi in considerazione dai selezionatori di quel settore ma anche di altri. Alla fine questa metodologia ha creato più disoccupati che occupati!

Cosa succederebbe se, al contrario, i ragazzi venissero aiutati a comprendere e scegliere quel percorso che si adatta alle loro abilità naturali, ai loro interessi specifici (la società di oggi, iperprotettiva, nega ai ragazzi la possibilità di avere delle proprie opinioni, mentre è lapalissiano che in un contesto di crescita assai diverso le opinioni sarebbero manifeste), alla loro velocità di apprendimento (che è per natura diversa da persona a persona e la scuola dovrebbe rispettare tale ritmo invece di imporne uno proprio), alla loro intelligenza (ormai e riconosciuto che esistono diverse intelligenze) e via dicendo? Forse qualche ragazzo finirebbe in percorsi didattici con bassa offerta lavorativa, ma essendo pochi (in quanto distribuiti su più settori) la stessa sarebbe sufficiente ad assorbirli tutti o quasi tutti. Di contro altri ragazzi finirebbero in percorsi didattici con alta offerta lavorativa e sarebbero ancora tutti assunti, anzi magari resterebbero ancora posti liberi, posti occupabili da ragazzi che hanno fatto un percorso didattico diverso, essendosi essi impegnati a fondo nello studio acquisendo pur sempre quelle capacità di comprensione, applicazione e impegno che, prima di tutte le altre, prima delle conoscenze tecniche, risultano essere le doti indispensabili per superare una selezione lavorativa. Alla fine, più impegno scolastico per tutti, più facilità di formazione per tutti, migliore competizione nelle selezioni lavorative, più opportunità, copertura corretta di tutte le offerte di lavoro, più occupazione e meno disoccupazione.

Come dice un vecchio proverbio “le apparenze ingannano”, se la smettessimo di badare più all’apparire che all’essere, se la smettessimo d’essere iperprotettivi, se la smettessimo di ragionare sempre e solo in funzione del breve termine, se la smettessimo con l’opportunismo, se la smettessimo con la fretta e tornassimo a vivere secondo natura e secondo i suoi ritmi di sicuro miglioreremmo di molto la qualità della nostra società e della nostra vita.

Programmazione si, programmazione no.


Bello, stimolante e, soprattutto, confortante trovare nel libro, anzi già nella sola introduzione al libro, di un eminente professore universitario di pedagogia e filosofia della formazione le conferme alle proprie convinzioni, convinzione per le quali ci si trova ad essere piccoli granelli di sabbia nella sconfinata estensione di una spiaggia che propaganda concetti diversi, convinzioni per le quali più volte ci si è trovati a dover subire imposizioni che marciano in senso opposto, a dover operare secondo linee di cui si conoscevano i limiti e le deficienze.

Da “Attesi Imprevisti” di Paolo Perticari, Ed. Bollati Boringhieri

“Il punto di vista inatteso … è spesso la più grande risorsa e il miglio aiuto per insegnare/imparare. Se un insegnante segue sempre il filo del programma da realizzare rischia di confondere i suoi pregiudizi e il programma con quello che davvero succede nel luogo in cui si trova a operare… A scuola si parla molto di programma da realizzare, di futuro da costruire, e certo è importante avere una prospettiva verso cui tendere… certo è importante mantenere uno sguardo aperto sul futuro evitando di ridurre tutto a sistemazione del presente…  ma questo del futuro… contiene una formidabile strumentalizzazione che probabilmente è uno dei problemi più seri dell’educazione oggi: dobbiamo riuscire a concepire processi educativi non tanto finalizzati a un futuro che poi nessuno sa davvero come sarà, … ma pensare che la vera posta in gioco è la qualità, la profondità, la semplicità, la pazienza che a volte è necessaria per salvare un incontro, quando un incontro può avvenire. Quel tempo lì è ben più interessante del futuro da costruire, perché in quel tempo c’è già tutto quello che serve al futuro per poter avvenire. … Tutta questa pedagogia … fa troppa ricerca, propone troppa programmazione, e non educa all’attesa; e invece molte volte le cose più preziose sono proprio gli imprevisti, le emozioni, gli spaesamenti… Tutta questa pedagogia e didattica fatta di esperti che programmano è inquietante… Una didattica non minacciosa, che non sa già tutto di quello che deve trovare ed è perciò capace di orientarsi e riorganizzarsi in rapporto a quello che succede.”

Un concetto, questo, che da sempre è stato alla base del mio modo di fare didattica, sia agli inizi quando operavo solo come formatore aziendale, che in seguito quando iniziai a operare anche nell’ambito delle strutture scolastiche, poi arrivata la moda delle unità didattiche intese come rigide strutture programmate in tutto e per tutto: contenuti, obiettivi, competenze, tempi, verifiche e date.

Riusciranno la pedagogia e la didattica a recuperare il senno delle cose? Riusciranno a recuperare il tempo che stanno così perdendo? Chi vivrà vedrà, come è d’uopo dirsi!

La nuova frontiera dell’insegnamento


1712Non è esattamente nuovo visto che se ne parla già da ormai diversi anni, ma è comunque argomento che appare essere ancora caldo e interessante: la nuova frontiera dell’insegnamento!

Un tempo insegnare voleva dire che qualcuno (il docente) passava le proprie conoscenze e abilità (competenze) a qualcun altro (il discente), oggi il significato d’insegnare è stato rivisto e trasformato sia in seguito a studi più attenti dei processi di apprendimento, sia al fine di renderlo più adeguato alle esigenze di una società più ampia, una società nella quale la tecnologia è predominante e le competenze si sono notevolmente espanse, una società dove la formazione professionale deve necessariamente tendere alla specializzazione il supporto all’autoapprendimento. Ecco che il docente moderno non è più colui che trasferisce le proprie conoscenze ad altri ed è diventato colui che si occupa di definire, formulare e produrre il miglior percorso di autoapprendimento.

Autoapprendimento è la parola chiave, la sfida alla quale la scuola oggi deve organizzarsi: il docente, oggi, non può basare il proprio operato sulla lezione frontale, sull’illustrazione minuziosa dei concetti, sulla formulazione metodica e precisa delle esercitazioni, al contrario, deve soprattutto, per non dire esclusivamente, guidarlo alla scoperta dei concetti e delle azioni mediante un insegnamento che sia criptico e improntato alla sperimentazione personale delle cose. Il primo aspetto, quello della cripticità, serve per lasciare diversi punti oscuri, al fine di creare nel discente dubbi e stimolare le sue domande, il secondo, quello della sperimentazione, per esaltare l’aspetto deduttivo. Importante, poi, che il tutto sia costruito attorno alla riconsiderazione della valenza educativa e formativa dell’errore: il discente dev’essere lasciato libero di sbagliare, anche a più riprese, anzi, quando possibile l’errore va anche indotto ad arte, solo così facendo si stimola il discente ad essere produttivo e collaborativo, a non temere il giudizio, a mettersi in gioco e a mettere in campo tutta la sua capacità logica e deduttiva, arrivando ad evidenziare (e imparare) quanto e come gli errori possano essere, se ammessi e accettati, ben più utili delle cose giuste e scontate.

Purtroppo al lato della pratica appare che molti discenti, in particolare, i giovani, pur avendo iniziato il loro percorso educativo didattico dopo la nascita delle nuove formulazioni didattiche, ancora si aspettano che il docente fornisca loro, in via induttiva, istruzioni pronte all’uso, complete ed esaurienti. Giovani, questi, che non sono in grado di seguire il moderno metodo d’insegnamento e definiscono incapace o svogliato quel docente che, invece, lo persegua con dedizione.

La motivazione?

Come sempre la risposta è complessa, rendendo improbo il compito di chi deve formularla in poche righe. Con in mente tale considerazione vediamone quantomeno gli aspetti principali.

Partiamo dalla scuola, una scuola, quella italiana (non perché le altre siano magari diverse, ma perché conosco direttamente solo questa e quando dico o scrivo lo faccio solo per le cose che conosco in prima persona e non per sentito dire), che appare ancora troppo legata al voto come premio e come punizione (mentre dovrebbe essere visto e usato solo come indicazione degli obiettivi perseguiti), all’errore come “peccato” (mentre, come già detto, dovrebbe essere visto e usato come preziosa risorsa educativa e formativa).  Una scuola dove il discente acquisisce la paura del giudizio e quella di sbagliare, quando, al contrario, dovrebbe imparare a fare senza preoccupazione, a sperimentare, sbagliare, analizzare, comprendere, accettare e dedurre.

Finiamo con l’insieme sociale famiglia/scuola, un sistema che oggi educa i giovani con troppo accanimento terapeutico, ossia badando più al controllarli che al responsabilizzarli, lavorando più sull’immediatezza del risultato che sulla sua durevolezza nel tempo, cercando le soluzioni più comode per evitarsi patemi e problemi, anziché lavorare con quelle che meglio formano il futuro adulto, inteso sia nel senso di cittadino che di lavoratore che di persona. Comodo affermare che certi sistemi non funzionano con i giovani d’oggi o quantomeno con certi giovani senza prima provare a chiedersi se non sia piuttosto la struttura educativo formativa a non essere capace e/o adeguata all’applicazione di detti sistemi: da tempo immemore, tanto per fare un solo esempio, la pedagogia ha ben compreso che ogni discente ha la sua personalissima velocità di apprendimento, l’istituzione scolastica, però, è ancora oggi legata a tempi fissi rigidamente uguali per tutti, fatta salva la possibilità di bocciatura che alla fine, però, si limita a riportare il discente inutilmente e pericolosamente indietro nel suo tempo didattico invece di adattare e personalizzare il processo didattico alla velocità di ogni singolo discente.

La nuova frontiera dell’insegnamento e la nuova sfida per la struttura scolastica non sono quindi tanto nell’applicazione di una moderna metodologia didattica, piuttosto nella loro capacità di riconoscersi come totalmente fondate su principi erronei e di rimettersi, conseguentemente, in gioco per ristrutturarsi completamente ed efficientemente, senza dare sempre e solo colpa ai tartassati docenti costretti a dare risultati con mezzi spesso inadeguati al loro ottenimento.

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