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Diritto-dovere allo studio


Ad un certo punto della storia della scuola italiana si è iniziato a parlare di diritto-dovere allo studio, un concetto certamente corretto che, purtroppo, è stato in parte disatteso mediante i tagli alle finanze della scuola e la conseguente decapillarizzazione scolastica sul territorio (incremento delle difficoltà d’accesso) che ha determinato l’aumento esponenziale del numero degli allievi in classe (riduzione delle potenzialità formative), nella restante parte manipolato in funzione del mero opportunismo delle direzioni scolastiche: “ha il diritto di studiare quindi non può essere bocciato”, già ma dov’è finito il dovere di studiare? il mondo reale non è altrettanto benevolo e la scuola deve anche preparare all’ingresso nel mondo reale; “se non vieni a scuola ti mando i carabinieri”, ehm, la legislazione italiana non prevede l’obbligo alla scolarizzazione bensì quello dell’istruzione che può ben essere ottenuta anche in lecita autonomia, tant’è vero che ci sono molte famiglie che hanno optato per questa strada e il sistema scolastico anziché colpevolizzarle dovrebbe attivarsi con una bella azione di autocritica.

Diritto allo studio ovvero ognuno deve avere la possibilità materiale di studiare (quello che vuole studiare).

Diritto allo studio ovvero rispettare i tempi di apprendimento di ogni discente.

Diritto allo studio ovvero passare dalla scolarizzazione per età a quella per competenze.

Diritto allo studio ovvero essere innanzitutto formati all’imparare.

Dovere allo studio ovvero ognuno deve impegnarsi ad una fattiva e costante crescita nella propria formazione, alias no scaldabanchi.

Dovere allo studio ovvero se non ne hai voglia vai a lavorare e studierai appena ne sentirai l’esigenza.

Dovere allo studio ovvero essere responsabili della propria crescita e dei propri atteggiamenti.

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Orientando orientandoci


L’orientamento scolastico dovrebbe essere un servizio fatto agli studenti per aiutarli a scegliere il miglior percorso didattico, ma cosa vuol dire “miglior percorso”? A vedere quanto viene fatto attualmente, tralasciando l’assurda competizione tra scuole per accaparrassi alunni, sembrerebbe essere quel percorso che porta verso i settori che danno maggiori possibilità di assunzione, ma è proprio questo il miglior percorso didattico?

Ammettiamo che un dato settore lavorativo possa fornire cinquecento posti di lavoro e ammettiamo, cosa tutt’altro che vera e scontata, che tali posti di lavoro restino disponibili anche dopo i necessari anni di formazione, cosa succede se indirizziamo su quel percorso cinquemila studenti? Beh, cinquecento saranno sempre e comunque gli assunti. Ecco che spingere i ragazzi verso tale settore vuol si dire dare l’opportunità a cinquecento di loro di trovare lavoro, ma vuole anche dire dare ad altri quattromilacinquecento la certezza di non trovarlo o di faticare a trovarlo non avendo altre competenze da mettere in gioco. Da escludere anche che il gioco, la competizione alle assunzioni, avvenga in modo equo: tra i cinquemila ragazzi ce ne saranno alcuni che avrebbero comunque scelto quel percorso e, quindi, motivati a quello specifico studio si sono impegnati a fondo e arrivano al lavoro preparati e competenti, indi facilmente selezionabili; ma ce ne saranno molti a cui quel percorso proprio non interessava per cui, poco o nulla motivati, non si sono preparati a dovere e non verranno mai presi in considerazione dai selezionatori di quel settore e, così, nemmeno di altri settori. Alla fine questa metodologia ha creato più disoccupati che occupati!

Cosa succederebbe se, al contrario, i ragazzi venissero aiutati a comprendere e scegliere quel percorso che si adatta alle loro abilità naturali, ai loro interessi specifici (la società di oggi, iperprotettiva, nega ai ragazzi la possibilità di avere delle proprie opinioni, mentre è lapalissiano che in un contesto di crescita assai diverso le opinioni sarebbero manifeste), alla loro velocità di apprendimento (che è per natura diversa da persona a persona e la scuola dovrebbe rispettare tale ritmo invece di imporne uno proprio), alla loro intelligenza (ormai e riconosciuto che esistono diverse intelligenze) e via dicendo? Forse qualche ragazzo finirebbe in percorsi didattici con bassa offerta lavorativa, ma essendo in pochi (in quanto distribuiti su più settori) la stessa sarebbe sufficiente ad assorbirli tutti o quasi tutti. Di contro altri ragazzi finirebbero in percorsi didattici con alta offerta lavorativa e sarebbero ancora tutti assunti, anzi magari resterebbero ancora posti liberi, posti occupabili da ragazzi che hanno fatto un percorso didattico diverso, essendosi essi impegnati a fondo nello studio acquisendo pur sempre quelle capacità di comprensione, applicazione e impegno che, prima di tutte le altre, prima delle conoscenze tecniche, risultano essere le doti indispensabili per superare una selezione lavorativa. Alla fine, più impegno scolastico per tutti, più facilità di formazione per tutti, migliore competizione nelle selezioni lavorative, più opportunità, copertura corretta di tutte le offerte di lavoro, più occupazione e meno disoccupazione.

Come dice un vecchio proverbio “le apparenze ingannano”, se la smettessimo di badare più all’apparire che all’essere, se la smettessimo d’essere iperprotettivi, se la smettessimo di ragionare sempre e solo in funzione del breve termine, se la smettessimo con l’opportunismo, se la smettessimo con la fretta e tornassimo a vivere secondo natura e secondo i suoi ritmi di sicuro miglioreremmo di molto la qualità della nostra società e della nostra vita.

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