Sconforto


Passato un mese dall’inizio di questa faccenda provocata dal SARS-CoV-2 si sta purtroppo evidenziando che quanto prospettavo in precedenza (leggi) si è perso nell’intrigata selva dei condizionamenti didattico-sociali e, così, ben difficilmente troverà seguito: invece di approfittare della situazione per impostare un cambio di paradigma didattico (leggi), invece di affidarsi alla sagge e preparate menti dei veri e più innovativi esperti nella formazione a distanza, scuole e insegnanti si sono, per quello che ho avuto modo di appurare in via diretta e indiretta (in sostanza non tutto ma molto), buttati a capofitto sugli, spesso inadeguati, strumenti che, al più, permettono la semplice simulazione delle lezioni in presenza.

Va beh, me ne farò una ragione, sperando riescano a farsela anche i discenti e la società, ovvero coloro che, per primi e più di tutti, dal cambio di paradigma ne trarrebbero notevoli e permanenti benefici!

Il mio primo video PEARL


Finalmente sono pronto, ho trovato e sperimentato gli strumenti, mi manca ancora qualcosa ma era ora di partire, di superare l’agonia del foglio, ehm, canale video vuoto.

Come primo video, ovviamente, quello di presentazione, a seguire arriveranno i micromoduli didattici.

Buona visione!

Guardiamo avanti


Una giornata come tante altre, Riccado sta lavorando tranquillamente quando… dleeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeen suona la campana di allerta. Riccardo e i suoi collegi fermano il lavoro e si mettono in attesa. Passano un paio di minuti ed eccolo… taaaaaaaaaaaaaaaaaaaa la sirena proclama l’evacuazione. Con calma, in fila indiana, ognuno seguendo il percorso programmato tutti escono dall’edificio e si raccolgono nel piazzale antistante, i responsabili fanno la conta dei presenti e compilano l’apposito modulo: tutti presenti, nessun disperso e nessun ferito. Dopo una decina di minuti arriva il responsabile del servizio di sicurezza, raccoglie i moduli e segnala essersi trattato solo di un’esercitazione, come, del resto, già tutti avevano intuito. Meno ordinatamente di prima le persone rientrano nell’edificio e riprendono il lavoro che stavano facendo. Tutto finito.

Quanto sopra è un raccontino di quanto molti, se non proprio tutti, di noi stanno periodicamente sperimentando: l’esercitazione di evacuazione. In alcune aziende, oltre a questo vengono fatte anche delle esercitazioni di attacco informatico. Mai però, a quanto mi è dato modo di sapere, viene effettuata un’esercitazione di operatività in evento catastrofico: una settimana in cui l’azienda (o la scuola) resta chiusa e tutti, ma proprio tutti, devono lavorare da casa. Ora, di questo, ne stiamo pagando lo scotto: perchè esercitarsi su un’evacuazione e non prendere in considerazione quello che invero potrebbe accadere a seguito dell’evento che determina l’eventuale evacuazione, ovvero l’inaccessibilità dell’edificio?

Guardare avanti, un atteggiamento spesso disatteso, un’abitudine assai poco diffusa, se non nei più o meno patetici (perché alla fine spesso sono solo veicoli pubblicitari o sistemi per tentare di catturare seguito senza un reale seguito comportamentale) messaggi pubblicati sulle reti sociali.

Guardiamo avanti e….

Confidiamo che stavolta non succeda quello che è successo dopo i tanti eventi catastrofici di questi ultimi dieci, quindici anni: il silenzio totale, ricostruzione ma senza o con assai poca prevenzione.

A parte questo possiamo però essere (quasi) certi che tutto il lavoro oggi fatto in fretta e furia per dare operatività da remoto e il potenziamento delle strutture informatiche non si vorranno poi buttare via.

Possiamo pensare che, avendone sperimentato possibilità e benefici, molti vorranno continuare a lavorare da remoto e verrà loro data questa possibilità: ormai le strutture ci sono e sono operative perché non approfittarne.

Si, guardiamo avanti e immaginiamo che in futuro le esercitazioni di sicurezza non si limiteranno alle prime fasi dell’emergenza ma prendano in considerazione la fase più critica ed economicamente pesante: l’operatività in catastrofe.

Guardiamo avanti e confidiamo che nel futuro le innovazioni non vengano ostacolate da corte visoni temporali (ad esempio il “quanto mi costa ora” senza guardare al quanto mi farà risparmiare domani), da interessi economici (lobbies che perdono potere) o politici (mantenimento dello scranno, accordi con lobbisti e via dicendo), da poco comprensibili ostinatezze dei singoli individui (vedi, per fare un solo esempio, i messaggi che tentano in tutti i modi di screditare l’avanzata della motorizzazione elettrica).

Ecco, guardiamo avanti e osserviamo che tutta questa buriana forse poterà dei benefici, tutti questi morti forse verranno onorati dal miglioramento sociale che si potrebbe attivare.

Guardiamo avanti!

Formazione a distanza uguale cambio di paradigma


Non è mia abitudine ricorrere alle qualifiche per dare peso alle cose che vado dicendo, ma in questo caso devo necessariamente fare un’eccezione: partiamo da qui, dal mio Master in Specialista e-Learning.

In questi infausti giorni tutti stanno necessariamente scoprendo l’utilità del lavoro da remoto, comprese le scuole di ogni ordine e grado. Purtroppo i risultati saranno ancora limitati e/o parziali, di certo provvisori, e questo perché non ovunque si stanno superando le idiosincrasie verso tale modalità di lavoro, non tutti stanno andando oltre la loro diffidenza, non tutti (in primis le istituzioni governative nazionali e regionali) ancora comprendono cosa voglia veramente dire lavorare a distanza e, nello specifico di questo articolo, fare formazione a distanza.

Formazione a distanza (o FAD) è invero un termine che raggruppa diverse forme operative (videoconferenza, video in differita, invio di documentazione cartacea e via dicendo) tenendole più o meno isolate fra loro. La modalità che, al contrario, le prevede tutte e aggiunge alla loro semplice somministrazione altri aspetti (incontri con esperti, tutoraggio, portfolio, progetti di lavoro, eccetera) che vanno ao completare e perfezionare la didattica e, di riflesso, la formazione.

Che si voglia parlare di FAD o, più efficientemente, di e-Learning quello che raramente viene preso in considerazione, e talvolta nemmeno da cosiddetti esperti, è che in ogni caso non si tratta di trasferire l’aula dalla sua sede fisica a quella più ampia e meno definita della rete (e non uso il termine di aula virtuale, perché invero di virtuale c’è ben poco: le persone sono reali, l’hardware è reale, i programmi sono sempre quelli), in ogni caso c’è l’indissolubile necessità di cambiare completamente il paradigma formativo.

Il nuovo paradigma formativo

Ruolo dell’insegnante

Come prima cosa c’è da comprendere e applicare quello che i più titolati pedagogisti da anni vanno dicendo: l’insegnante non è un travasote di conoscenze e abilità ma è un facilitatore, ovvero la figura che guida il discende nel percorso di autoformazione.

Obiettivo del docente

Per dirla con Perticari: “il docente è colui che impara, il discente è colui che insegna”, “solo colui che è disposto a imparare può aiutare ad imparare”.

Gestione della formazione

La formazione a distanza e l’e-Learning fondano tutta la loro efficienza su un preciso cambiamento metodologico: la classe capovolta. In assenza di un tale modo di operare i risultati saranno inevitabilmente scadenti o, comunque, non migliori di quelli ottenibili nella formazione in presenza (ed è da qui che nasce quello che si sente spesso affermare: “la FAD può solo essere un’aggiunta alla formazione in aula”).

Ormai tutti dovrebbero sapere cosa vuol dire classe capovolta, in ogni caso lo chiarisco: per classe capovolta s’intende quella modalità didattica dove lo studio viene fatto a casa in autonomia sulla base del materiale preparato dal docente, in seguito in aula (che nel caso dell’e-Learning vuol dire tutoraggio via Internet più progetti di lavoro individuali e in gruppi) viene attuato l’approfondimento, preferibilmente mediante un lavoro ancora autonomo dei discenti in questo stimolati, seguiti e aiutati dal docente.

Computo tempistico

Qui casca l’asino, qui ci imbattiamo nel principale muro che sta limitando la diffusione e la comprensione dell aformazione a distanza: pretendere il controllo orario così come avviene nell’aula fisica.

No, signori, no, nella formazione a distanza questo si potrebbe anche fare ma, intanto le strutture di rete (linee e server) collasserebbero per la contemporanea presenza di classi, ma non va fatto: nella formazione a distanza non si deve lavorare su base tempo, ma su base obiettivo, dove l’obiettivo è l’acquisizione di una data competenza (conoscenza e abilità). In fase di progettazione del corso si stabilisce quanto tempo di esercitazione sia necessario per poter raggiungere la data competenza, un quarto sarà basato su seminari in tempo reale, tre quarti su lavoro autonomo.

Verifica delle competenze

Qui le cose sono più flessibili si possono adottare con la stessa efficianza diverse modalità:

  • esami in presenza
  • test da remoto
  • progetti di lavoro (soluzione che personalmente reputo la migliore)

Ricapitolando

FAD uguale:

  1. docente come facilitatore
  2. docente che impara e discente che insegna
  3. classe capovolta
  4. lavoro a progetto
  5. computo potenziale dei tempi di apprendimento (ovvero fiducia nel discente, che se responsabilizzato sicuramente risponde positivamente)
  6. Verifica non necessariamente basata sui test e non necessariamente in presenza (ancora si ritorna al discorso dare fiducia!)

Superare la sfiducia verso il lavoro da remoto


Nell’articolo di ieri “Coronavirus, spero s’impari qualcosa” ho citato, tra le motivazioni che da anni stanno tenendo bloccata la diffusione del lavoro da remoto, la sfiducia, una sfiducia che si manifesta soprattutto verso la possibilità di controllare che il personale faccia effettivamente le ore previste.

Sinceramente, se è proprio questo il livello di considerazione che titolari e dirigenti hanno verso il proprio personale c’è da restarne umanamente alquanto delusi. Ma sorvoliamo questa questione e passiamo al lato pratico, alla soluzione, perchè una soluzione esiste ed è una metodica da molti anni già utilizzata altrove, ad esempio in moltissime, per non dire tutte, le aziende statunitensi: lavorare a progetto anziché a tempo!

Cosa vuol dire lavorare a progetto?

Semplice: invece di lavorare dalle alle e durante questo periodo fare la maggior mole possibile di lavoro (e più ne fai, più te ne viene dato), ogni specifico lavoro viene inglobato in un progetto, si definisce (ovviamente con sincerità) quanto tempo ci vuole per portarlo a termine, lo si assegna alle persone e chi viene incaricato di svolgerlo deve consegnarlo entro quel termine, nulla interessa la gestione temporale con cui quel lavoro verrà materialmente svolto.

Certo tale metodologia richiede un preliminare lavoro di programmazione, una rimessa in campo delle funzioni di tempi e metodi parzialmente sommerse dalla frenesia degli ultimi due decenni, certo necessita di quell’organizzazione mentale e fisica che, almeno per quello che ho avuto modo di vedere e sentire, è stata abbandonata a favore dell’improvvisazione, e spesso non per vere esigenze ma per motivi di comodo: la classica situazione che ho vissuto più volte del lavoro tenuto per mesi a decantare nel cassetto e poi, quando diventato impellente, salta fuori per essere commissionato al verbo del “va fatto per ieri, anzi l’altro ieri”.

Si certo, lavorare per progetto richiede tutto questo, ma in compenso risolve tanti problemi e, una volta che ci avrete fatto l’abitudine, vi chiederete “ma perché non ci ho pensato prima?”

Evidente a questo punto che il controllo sulla presenza del personale diviene assolutamente un “non problema”, si possono eliminare tutti i costosi e più o meno complessi sistemi di timbratura e relativa rielaborazione dell’ufficio paghe e….

si può facilmente spostare il lavoro dall’ufficio al domicilio.

Forza, avanti, volere è potere e mai come in questo caso il volere è molto semplice, poco costoso, anzi addirittura risparmioso. Può apparire una difficile scalata ma va affrontata nel bene di tutti, il proprio e quello degli altri, il bene aziendale e quello sociale: la montagna è alta, la parete è verticale ma già disponiamo di tutte le abilità e di tutti i mezzi necessari a raggiungerne la vetta!

P.S.

Tutto il discorso è perfettamente applicabile anche al contesto scolastico, quantomeno a quello delle scuole superiori e delle università.

Coronavirus, spero s'impari qualcosa


Veramente, spero proprio che non succeda quello che è (quasi) sempre successo, quantomeno negli ultimi cento anni, dopo ogni evento più o meno catastrofico: torna il silenzio mediatico e nei sistemi tutto resta pressochè immutato.

Se fossimo già stati cablati, abituati e attivati nel lavoro da remoto (e lasciamo stare la distinzione, puramente legalese, tra telelavoro e smart warking, termini che invero dovrebbero voler dire la stessa cosa), cosa praticabile per almeno il cinquanta (e mi tengo sui un valore prudenziale, invero sarei portato a dire il settanta se non l’ottanta) per cento dei lavoratori, l’impatto economico e sociale del virus che sta in questo momento sconvolgendo il mondo sarebbe stato assai minore.

Sono vent’anni, a mia memoria, che si parla di telelavoro (e permettetemi d’integrare in questa parola tutti i vari ambiti applicabili: lavoro, scuola, medicina, vendita, sociale, elettorale, eccetera) e ad oggi sono veramente poche le aziende e le strutture, scuole in primis dove la cosa sarebbe stata assai semplice e produttiva, che sono in tal senso operative. La motivazione è tanto subdola quanto incomprensibile e composta da più ingredienti:

  • mancanza di fiducia da parte dei dirigenti, fiducia sulla volontà del personale, fiducia nella loro dedizione al lavoro, eccetera (“e come faccio ad essere sicuro che lavorino il tempo previsto?”);
  • incapacità comunicativa e scarso allenamento alla comunicazione con strumenti diversi dal faccia a faccia (“non posso spiegarti per e-mail”, “dobbiamo assolutamente vederci”, “questa cosa devo dirtela a voce” sono solo alcuni esempi di frasi che mi sono state dette, salvo poi determinare che invero era possibilissimo spiegarsi anche in remoto… la videoconferenza, comunque, sostituisce benissimo il faccia a faccia);
  • innata tendenza all’immobilismo, e qui ci metto in mezzo anche il personale che, messo a fronte della necessità d’imparare cose nuove, spesso si oppone o, quantomeno, contesta (più volte, chiamato a tenere corsi di aggiornamento aziendali, i sono sentito dire “sono anni che lavoro così, perché mai dovrei cambiare” oppure “mi mancano due anni alla pensione chi me lo fa fare di rimettermi in gioco e cambiare il mio modo di lavorare” e altre similari);
  • scarsa visione sul lungo termine che porta a valutare negativamente l’investimento necessario (invero non poi così elevato e comunque suddivisibile in passi graduali; senza tener conto dei fatti che hanno dimostrato come sin da subito ci fosse un risparmio anche considerevole sia per l’azienda o struttura che per il personale, anche a fronte di un’aumentata produttività);
  • soprattutto nella scuola, alta diffidenza verso lo strumento (“li vedi i nostri studenti, già fanno poco o nulla con noi presenti, figurati così”; “come faccio a controllare che facciano le cose”; “e la socializzazione dove va a finire”).

Certo il passaggio al telelavoro richiede un minimo di sforzo da parte di tutti coloro che ne sono coinvolti, d’altra parte, oltre alla resistenza agli attacchi epidemiologici, apporterebbe tanti di quei vantaggi che non possono essere ignorati:

  • riduzione del traffico;
  • abbassamento dell’inquinamento;
  • contenimento dello stress;
  • risparmio economico conseguente all’azzeramento dei tempi di arrivo sul luogo di lavoro;
  • flessibilità;
  • risoluzione dei problemi relativi alla gestione dei figli;
  • velocizzazione dei contatti, degli incontri, alla fine delle decisioni, ovvero aziende e strutture possono agire e reagire in tempi brevissimi.

Ecco, mi auguro proprio che la lezione del Coronavirus non venga poi dimenticata in pochi giorni, ma determini un cambiamento radicale nel nostro modo di rapportarci al lavoro (e non solo al lavoro), convinca aziende, struttuire, persone, ecectara ad attivare un cambiamento radicale verso la tecnologia: non (solo) un sistema per incrementare gli affari e velocizzare il lavoro, ma soprattutto un sistema per migliorare la qualità della vita!

Chiudo con un incompleto elenco di quanto non mi è piaciuto e non mi piace nelle cose che sono successe e stanno succedendo.

  • Molti che criticano e pochi che obbediscono.
  • Persone che si inventano esperti epidemiologici.
  • Media che, invece di sfruttare l’occasione per dimostrare d’essere capaci a fare informazione puntuale e pulita (cosa che ormai in molti dubitavano e, a quanto pare, a ragione), cercano lo scoop, s’inventano numeri e casi, commettono errori (qualcuno è arrivato a scrivere nello stesso articolo numeri diversi in merito allo stesso parametro o a fare affermazioni contrastanti), creano confusione e poi denunciano che sarebbe il governo a crearla.
  • La presenza di chi ne approfitta.
  • Governatori e sindaci che si risentono per non essere stati consultati: suvvia, la democrazia è si una bella cosa ma ha anche dei difetti e tra questi la lentezza decisionale; in una situazione di crisi come questa è indispensabile poter prendere le decisioni nel minor tempo possibile e bene ha fatto Conte a decidere di suo proprio.
  • Critiche alla chiarezza dei decreti specie l’ultimo (alla data di pubblicazione di questo articolo): qui salta fuori quello che proprio non molto tempo fa veniva evidenziato da diversi articoli sui media, la scarsa comprensione del testo da parte degli studenti italiani, scarsa comprensione che io personalmente ho potuto appurare essere presente anche in una buona fetta di adulti. Uno dei punti più criticati è stato quello sulla limitazione alla mobilità: per diamine ma è ben scritto “salvo comprovate necessità di lavoro o salute” ovvero…. la mobilità non è proibita ma limitata al minimo indispensabile, quel minimo che non è altrimenti effettuabile (lavori che non si possono realmente fare in remoto) o che non è procrastinabile (visite mediche salvavita, per fare un solo esempio); “ma che vuol dire comprovate”, ma dai, ormai da tempo immemore in Italia funziona così, la parte legislativa è appositamente vaga di modo che sia lasciata l’adeguata flessibilità alla parte applicativa e giuridica per potersi adattare alle varie situazioni, spetta qui ai Prefetti definire cosa nel loro territorio sia da accettare come prova valida alla necessità di spostamento.
  • Opportunismo, e mi riferisco a quelle strutture (ne sono assolutamente certo in quanto coinvolto in prima persona) che nonostante il loro personale possa tranquillamente operare da remoto (vedi le scuole) si sono immediatamente attivate per coprire il tempo di chiusura con ammortizzatori sociali (ricordiamoci che non sono soldi che piovono dal cielo, ma escono dalle tasche di tutti i cittadini) o, peggio, usando congedi e ferie.

Ecco, mi sono sfogato e posso iniziare questa nuova giornata, spero veramente che la lezione dia i frutti che deve dare.

Sbagliato dire l’Italia ce la può fare, perché invero…

ce la deve fare

assolutamente!

Nudisti in azienda? Un valore aggiunto


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Attraverso un forum di settore (iNudisti), la sua e-zine, le reti sociali, il mio blog dedicato (Mondo Nudo), i raduni e le escursioni di VivAlpe, tra passato e presente sono stato e sono in contatto con decine di migliaia di nudisti italiani e invero non ho notizia di licenziamenti fatti per il solo motivo “praticava il nudismo”, però ne ho sul fatto che diversi nudisti hanno ricevuto pressioni particolari, sollecitazioni a stare attenti, inviti a non farlo più, minacce più o meno velate di allontanamento se fossero nati dei problemi con il personale, con collaboratori, fornitori, clienti o utenti: “non possiamo permetterci una cattiva pubblicità” è la logica di fondo comune a tutti i casi.

Dietro a tali reazioni a volte c’è la comprensibile (“ca..o, sono anni che ci conosciamo e non mi hai detto niente, di cosa avevi paura?”) sorpresa per una notizia trapelata per via traverse. Altre volte la cosa è risaputa e accettata in azienda e si tratta di una, a questo punto molto meno comprensibile, reazione alla segnalazione di un cliente o utente che riferisce d’aver saputo che in quella azienda c’è un nudista. Oppure il tutto avviene, ancor meno comprensibilmente, in fase di selezione del personale quando uno, onestamente e correttamente, evidenzia il proprio essere nudista, magari scrivendolo addirittura nel proprio curriculum.

In un caso come nell’altro si tratta di reazioni decisamente inopportune, ingiuste e illogiche: un nudista in azienda andrebbe visto come un valore aggiunto…

  • Abituato a vedere persone nude e per effetto di una logica di vita che porta alla considerazione della persona in quanto tale e alla svalutazione del concetto di persona come oggetto, il nudista avrà con i colleghi un rapporto incentrato sulla correttezza e sul rispetto, nel contempo risulterà meno incline a farsi trascinare dalla vicinanza di qualcuno che lo attira sessualmente; ne deriva che il lavoro del nudista risulterà sempre e comunque della massima produttività.
  • Per le stesse motivazioni di cui sopra, il nudista indurrà nelle persone che lo circondano minori preoccupazioni comportamentali favorendo, così, la creazione di un sereno ambiente di lavoro, di riflesso anche le persone che in quell’ambiente lavorano saranno più serene e le persone serene lavorano meglio e rendono di più.
  • Il nudista potrà risultare di valido aiuto a chi, intorno a lui, abbia problematiche di accettazione del proprio corpo, arrivando ad essere perfino un esempio risolutore.
  • Nel caso di attività lavorative che prevedono il coinvolgimento di bambini, ragazzi, adolescenti, il nudista sarà sempre in grado di parlare con loro delle problematiche del corpo e delle questioni sessuali, e potrà farlo in modo corretto, incondizionato, preciso, pertanto efficiente ed esaustivo; inoltre risulterà, per certi aspetti, molto meno manipolabile.

Alcuni manager hanno già compreso questa verità consentendo la nudità in azienda (anche in ambiti in cui si opera a contatto con fornitori e clienti), eliminando, così, alla sorgente le problematiche di convivenza: tutti nudi e più nessuno bada all’aspetto fisico degli altri; tutti nudi e non esiste più motivo alla sbirciatina maliziosa, alle distrazioni sessuali, ai pensieri maniacali; tutti nudi e svaniscono anche le paure in merito al proprio aspetto fisico, ci si sente meglio con se stessi e, quindi meglio, con gli altri creando un ambiente più rilassato e affabile, meno stress e alla fine maggior rendimento.

C’è da ragionarci sopra con attenzione, non dico di arrivare ad obbligare il nudismo in tutte le aziende, anzi, l’obbligo non sarebbe certamente produttivo e giusto; non mi aspetto, pur sperandolo, nemmeno che tutte le aziende si aprano alla pratica nudista acconsentendo la nudità durante il lavoro, ma magari alcune si (io sono gratuitamente a disposizione per consigli ed esperimenti, può essere utile iniziare partecipando a VivAlpe); di certo, però, mi auguro che, all’occorrenza, si prendano le difese del collaboratore o del collega nudista, anziché osteggiarlo e/o vessarlo inopinatamente.

N.B.
La nudità sul lavoro non è solo teoria, non sono solo delle belle ipotesi e speranze, è realtà, realtà praticabile, realtà già praticata. Ecco un paio di esempi di aziende che hanno sperimentato la nudità in ufficio.

Onebestway – Lo psicologo aziendale David Taylor mette a nudo il personale e dopo un breve iniziale imbarazzo, il morale migliora, il dialogo si fa più sincero, la produttività cresce e l’azienda migliora.

Design PLX – Sperimentano per un mese e … vogliono continuare. (L’articolo originale su “The Bold Italic’s” è stato rimosso).

Nude House dove i vestiti sono assolutamente proibiti (purtroppo il sito che documentava la cosa è stato chiuso).

Definitive dove, nel 2009, l’esperienza è stata motivata da una serie TV “The Naked Office” di Virgin1

Non esiste l’impossibile, esistono solo cose che non si vogliono fare!

Professione formatore e la mia inclusiva proposta


Sono un formatore a tutto tondo, ho iniziato tanti anni fa come istruttore di arrampicata su roccia, poi man mano mi allargai ad insegnare l’arrampicata su ghiaccio e le basi generali escursionistico-alpinistiche. Tale percorso venne supportato dalla parallela acquisizione dei titoli di Istruttore, prima Regionale e poi Nazionale, i quali mi hanno portato a dirigere corsi e scuole di alpinismo del Club Alpino Italiano, nonché, nello stesso contesto, a collaborare con la Scuola di Alpinismo Regionale Lombarda e quella Nazionale Italiana.

Tentai anche di diventare Maestro di Sci e Guida Alpina, che è un vero e proprio professionista della montagna (l’istruttore del Club Alpino Italiano è un volontario che può operare solo all’interno dei corsi del CAI), purtroppo senza riuscirci, un po’ per infortuni non gravi ma comunque influenti, un po’ per casualità (l’anno che ho deciso di fare le selezioni di guida alpina invero avrei fatto meglio a fare ancora quelle di maestro di sci che si erano tenute vicino a casa, nel luogo e sulle piste dove per tre anni mi ero preparato e tutti i miei compagni di preparazione le avevano superate) e necessità di riprendere a lavorare (la preparazione alle selezioni di questi corsi è questione che necessariamente ti deve impegnare a tempo pieno).

Insomma, il mio scopo di vita era evidente e tutti me lo dicevano ormai da anni, solo io mi ostinavo a perseguire un obiettivo diverso finché intervenne il caso: i clienti iniziarono a chiedermi corsi anziché disegni. Prima uno, poi due, poi tre, poi arrivò un centro di formazione per adulti e infine anche una scuola. Come ignorare i segnali, presi la palla al balzo e progressivamente i miei servizi si incentrarono sempre più sulla formazione fino a farne l’unica mia occupazione. Da quel momento la mia vita è diventata la formazione, sportiva nel tempo libero, tecnica nel lavoro.

Questa particolare integrazione di cose si è inevitabilmente riflessa nel mio modo di fare formazione, un modo che, insieme agli aspetti meramente tecnici, tiene in debita considerazione anche quelli umani: psicologia, filosofia, comunicazione, benessere mentale e fisico, ecologia della formazione ed ecologia in senso stretto, questioni economiche e questioni ambientali. Tutti argomenti, invero, che fin da giovane mi avevano sempre interessato e sui quali avevo letto e studiato parecchio.

Quando, verso la fine del ventesimo secolo, finalmente mi decisi a seguire un mio sentimento fino ad allora represso, l’incredulità verso l’ostilità sociale al nudo, e intraprendere la strada del nudismo, è stato spontaneo e ovvio non tenerlo nascosto. Di conseguenza creai il blog Mondo Nudo, con la missione di trattare di nudismo ma anche di questioni sociali in genere, tra le quali, per l’appunto, il rapporto con il proprio corpo e il superamento dei timori sul nudo e delle opposizioni alla nudità sociale. Nel giro di pochi anni identificai una formula che, della nudità, ne potesse fare un valore aggiunto anche nella mia attività di formatore, sia per quella attuata nel tempo libero, sia per quella attuata nel tempo del lavoro.

Ne nacque il progetto “Zona di Contatto” nella cui definizione, sulla base di quanto qualcuno nel frattempo aveva fatto o andava facendo in Inghilterra e altre nazioni (positivi esperimenti sociologici di nudo generalizzato in azienda e apertura di uffici dove la nudità era lo stato di base), si formò e stabilì il desiderio d’impegnarmi attivamente in questa direzione: ne scaturì il servizio di consulenza al nudo.

Ad oggi, invero, non ho ancora ricevuto richieste in tal senso, però il servizio rimane e si rafforza: per dargli un punto di partenza più preciso, per suggerire un percorso abbordabile, per generare un palese invito a imboccare tale cammino, vado ora a pubblicizzarlo in modo più palese e ho inserito nell’apposita sezione della pagina eventi di questo blog la locandina e il collegamento a VivAlpe. Evoluzione di quello che era l’altro progetto ormai ben avviato ma il cui nome andava ormai superato (Orgogliosamente Nudi), VivAlpe non è un qualcosa di trasgressivo, non è un qualcosa di diverso dalle altre attività, VivAlpe è solo ed esclusivamente un programma condiviso di escursioni in montagna, escursioni uguali a tutte le altre, ma con un valore aggiunto, un qualcosa in più del camminare, un qualcosa in più della tanto acclamata e ricercata integrazione con l’ambiente: l’inclusione.

VivAlpe, pertanto, non è escursioni naturiste, VivAlpe non è escursioni nudiste, VivAlpe non è nemmeno escursioni nude o in nudità, VivAlpe non è qualcosa in antitesi con l’escursionismo classico, VivAlpe non si pone in alternativa ad altro, VivAlpe è VivAlpe e basta, caso mai VivAlpe è solo ed esclusivamente inclusione ambientale.


Contrariamente a quanto è oggi fastidiosissima consuetudine, non vi costringo a passare attraverso più pagine e più collegamenti ma, in ragione di una mia personalissima etica commerciale che mi vincola al rispetto totale del cliente, vi mando direttamente alla sorgente: cliccare sulla locandina sotto per accedere alla pagina eventi di Mondo Nudo.

Quali mete per il 2020


Sul finire di un anno è classico, e infatti lo stanno facendo in molti, tirare le somme e porsi degli obiettivi, dei propositi, per l’anno entrante, e allora eccomi qua anch’io, ecco qua le mete che mi sono prefissato, in particolare quelle che ho abbinato a questo mio blog.

  1. Avviare la pubblicazione dei micro-moduli didattici
  2. Ampliare l’e-shop
  3. Attivare il crowdfunding su Patreon
  4. Completare e pubblicare almeno uno dei tre libri sportivi a cui sto lavorando

Ispirazione poetica


Era diverso tempo che non scrivevo più una poesia, ora me ne sono venute addirittura tre in colpo solo e la cosa forse strana è che l’ho fatto mentre ero in un luogo tendenzialmente poco stimolante, se non in funzione del dolore e della sofferenza: l’ospedale.

Ecco il trittico poetico che ho scritto durante l’attesa per un intervento all’ernia inguinale.

Poesia

Con rima o senza rima
parole che scorrono
come note sul rigo
il ritmo scandiscono.

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019
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Sorriso

Un filo di bianco
una morbida curva
pupille sgranate
un viso felice
un gesto suadente
un corpo splendente

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019

Vivere

Corri corri
cavallo corri
nulla ti può fermare
nulla ti può deviare

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019
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Abbiamo la LIM!


Photo by Pixabay on Pexels.com

Bravi! Bello! Ottimo! Però…

Perché sobbarcarsi la spesa e le tante problematiche di installazione e manutenzione della LIM quando poi la si utilizza solo come videoproiettore?

#facciamoformazione

Un viaggio faticoso


L’avvio di un nuovo servizio professionale è per me paragonabile a un viaggio e come ogni viaggio presenta momenti di esaltazione, momenti di stanca e momenti di depressione, come ogni viaggio crea fatica e dona piacere.

Così l’avvio dei servizi didattici di PEARL, con la complicità della migrazione che ho fatto al mondo Linux, sta facendomi soffrire parecchio: strumenti da reperire, provare, valutare e poi, una volta scelti, studiare; procedure da definire; materiale da elaborare. Insomma, tante cose che si accavallano e si sommano fra loro e con quelle già in essere, una mole di lavoro per la quale non esiste allenamento che tenga: pian piano ti erode, giorno dopo giorno ti toglie le forze.

Un viaggio alquanto faticoso, molto più delle mie corse in montagna, persino più dei miei tentativi di percorrere in unica tappa il sentiero 3V: centotrenta chilometri di montagna per un dislivello di novemila metri in positivo e in negativo. D’altra parte un viaggio che, parallelamente all’altro qui sopra menzionato e come quello, tenacemente porto avanti e intensamente voglio portare alla sua debita conclusione.

La migrazione a Linux, per la precisione Mint, è sostanzialmente terminata, rimangono alcuni aspetti che tostamente non si lasciano risolvere ma ormai posso lavorare sufficientemente bene. Recentemente ho provato il programma scelto per la produzione dei video, l’hardware di registrazione è in lista desideri pronto per essere ordinato; l’elenco dei primi micromoduli da produrre è pronto e la piattaforma per il crowdfounding è stata individuata (emh invero sono due, basate su due modalità completamente diverse e sto ancora decidendo su quale lanciarmi), individuate anche le piattaforme su cui pubblicare i video. Cosa resta da fare?

I… videoooooo

Beh, dai, tutto sommato poca roba, quattro o cinque micromoduli che possano dare una precisa idea di quello che verrà e fare da supporto alla campagna di reperimento fondi: una buona parte del materiale prodotto verrò messo a disposizione gratuitamente e pertanto non potrà autofinanziare il tempo necessario a produrlo.

Pant, pant, quanta fatica, quanto dolore e… quanta bellezza!

La pericolosa falsità delle reti sociali


Qualcuno non solo lo accetta, ma addirittura approva ed esalta tale comportamento vendendolo come utile ad utenti e aziende. Forse, e ribadisco forse, ha ragione in merito alle aziende, di certo non vede o volutamente nasconde la verità per quanto riguarda gli utenti, che di fatto finiscono con il vedere solo ed esclusivamente quanto e quanti sono in linea con i loro interessi, con i loro pensieri e con le loro convinzioni ideologiche su ogni aspetto della società e della vita.

Che c’è di male in questo? Beh, che falsifica la visone delle cose e alla fine ognuno si convince d’essere nella ragione anche quando in effetti non lo è, che ognuno pensa d’avere il supporto della maggioranza anche quando invero sono ben pochi quelli che la pensano come lui, che appaiono come comuni e quindi si diffondono atteggiamenti quali il turpiloquio e l’attacco rabbioso a tutto ciò che non piace, che le persone vengono condizionate a vedere solo quello che è a loro conforme rifiutando quanto disturba, che la società viene così pian piano confezionata a misura di chi ha la forza d’essere più presente e più convincente, poco importa se il suo messaggio sia di qualità, sia realmente utile.

Siamo sinceri, siamo onesti, siamo soprattutto giusti, la scelta delle reti sociali di applicare algoritmi di selezione delle cose da farci vedere se per la pubblicità potrebbe anche avere un senso (ma alla fine, a ben vedere, anche no), per l’utente e per la società è assolutamente pericolosa, specie ora che alcune reti sociali hanno intenzione di rinforzare l’algoritmo che limita l’interazione con chi interagisce poco: se prima valutava solo l’interazione tra persone, ora valuterà anche l’interazione delle persone con la rete in questione, insomma se ho poco tempo da dedicare alla navigazione finisce che più nessuno vedrà i contenuti che vado a pubblicare, e la cosa più spettacolare (e stupida) è che potremmo non accorgercene, venendo così anche truffati!

Come si dice… “cornuti e mazziati!”

Manuali… inutili (o quasi)


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In questi giorni sono stato impegnato nell’istallazione di una serie di programmi relativi a servizi istituzionali: è stata un impresa degna delle fatiche di Ercole!

Già con Windows si incontrano problemi, con Linux, anzi, per la precisione, Mint, è un calvario, certo ho così imparato molte cose, ho avuto modo di scoprire aspetti di questo sistema operativo, di imparare comandi da terminale, però questo non giustifica l’indecente supporto manualistico messo a disposizione dalle istituzioni e da chi per conto loro ha sviluppato i programmi.

In alcuni casi sono estremamente sbrigativi facendo credere a una facilissima procedura, poi invece non funziona un bel niente e scopri che ci sono tutta una serie di operazioni da fare in via preventiva, operazioni che da nessuna parte trovi indicate, le devi scoprire in autonomia, cosa tutt’altro che facile per chi nell’informatica ci naviga bene, figuriamoci per chi, lecitamente (esattamente come pochi sano mettere le mani nel motore dell’auto, per fare un esempio), si limita a usarla.

In altri casi sono più dettagliati ma suddivisi in vari documenti, e magari anche su siti diversi, ognuno dei quali riporta procedure differenti e fa riferimento a versioni differenti, magari piuttosto obsolete.

La situazione mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanta poca attenzione si dia all’utente, quanto poco ci si preoccupi di dare informazioni aggiornate e affidabili, di come sia poco lungimirante la visione sulla documentazione tecnica la cui scrittura viene quasi sempre erroneamente assegnata a chi le cose le conosce bene e ne da tante, troppe, per scontate. Scrivere un manuale è molto più di un lavoro, è un’arte sopraffina, un arte che prevede varie abilità, tra le quali assai importante quella dell’empatia verso chi quei manuali dovrà utilizzare.

Scrivere un manuale è un incarico che non può essere assegnato al primo che capita sotto mano. Altrimenti…

Altrimenti vengono spesi soldi per produrre manuali assolutamente inutili!

P.S.
Da questa esperienza ne nasceranno a breve alcuni articoli didattici che penso potranno tornare molto utili a molte persone e molte aziende. Continua a seguirmi.

Educazione e libertà


L’una del pomeriggio di un caldo giorno di giugno, finito di mangiare mi rilasso sul divano guardando una trasmissione televisiva culturale, lo scrittore di turno esce con una frase (“non si educa privando delle libertà, ma concedendole”) che colpisce la mia attenzione, non solo perché è una frase saggia, ma anche perché viene a confermare una cosa che ho sempre pensato, che ho sempre propagandato e per la quale ogni giorno mi metto in gioco e manifesto.

Nei minuti a seguire rielaboro mentalmente il concetto e mi viene un mantra nuovo nella sua espressione, ma nella sostanza vecchio come poc’anzi espresso, e me ne innamoro subito…

“Non si educa alla libertà, bensì si educa con la libertà!”

Sono stato in fiera


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Le fiere hanno su di me sempre suscitato un’attrazione particolare, forse perché mi ricordano quando da ragazzino ci passavo alcune giornate all’anno, in parte perché mio padre per diversi anni vi ha partecipato come espositore, in altra parte perché sempre mio padre tutti gli anni mi portava alla campionaria di Milano per suo interesse personale, un ultima parte spesso accompagnavo mio padre quando il lavoro lo conduceva in varie fiere a documentarle fotograficamente per conto dei quotidiani.

Nonostante questo, una decina di anni addietro, dopo alcune deludenti esperienze sia come visitatore che come espositore, visto il disinteresse crescente del pubblico e delle aziende, infastidito dalle lunghe code di accesso, da tempo avevo smesso di andarci, senza per questo smettere di seguirne avvisi ed evoluzione. Così in questi giorni, ricevuto invito ad una fiera vicino a casa mia ho deciso di andarla a visitare ed è stato interessante: ho rivissuto il piacere di girare tra gli stand, di osservare persone e macchinari, di chiedere informazioni, di parlare con gli espositori, di attivare contatti, di scoprire le novità della tecnologia e del mercato; mi sono portato a casa non solo qualche volantino e qualche biglietto da visit, non solo qualche utili spunto per il mio lavoro di formatore e docente, ma anche speranze.

Che dire, le fiere, per quanto piccole, per quanto povere, per quanto specialistiche, sono pur sempre un valido mezzo di conoscenza, un adeguato supporto per chi vuole conoscere e farsi conoscere, meglio non ignorarle!

Time Management


Il piccolo stambecco s’inerpica sicuro sull’erta parete rocciosa, attorno a lui il branco degli stambecchi adulti che l’osservano con noncuranza pensando più al proprio pascolo che alla sicurezza del piccolo, d’altra parte l’arrampicamento è per lo stambecchino capacità innata: tutto in lui è strutturato per permettergli di restare aggrappato alla roccia senza timore alcuno.

Seduto sul masso granitico posto al centro d’una verde piana montana, circondato dai rossi fiori di rododendro, osservo la scena e mi trovo a pensare ai problemi quotidiani che sconvolgono la nostra vita di esseri ormai lontani dalla natura, dal ritmo della natura, quel ritmo che, al contrario, scandisce il tempo di tutti gli altri esseri viventi. Ce ne siamo allontanati e ci siamo resi schiavi di un artificioso ritmo, un ritmo assurdamente sempre più frenetico che ci lascia sempre meno tempo per pensare, per dedicarci a noi stessi, persino per organizzare le nostre giornate e le nostre attività

Che bello essere qua, solo in mezzo al monte, a guardare la natura e viverla nel suo rispetto e al suo ritmo, che peccato dover riprendere il cammino della valle tornare alla frenesia, alla disturbante necessità di trovare gli spazi ove infilare tutto quello che devo fare. Qualcosa, però, in me allevia questo torturante pensiero.

Ho sempre avuto una predisposizione all’organizzazione e così raramente mi sono trovato in difficoltà nel gestire i mie impegni, raramente, però, non vuol dire mai e infatti In certe occasioni ho dovuto far ricorso a tutte le mie energie per supportare il carico, rischiando comunque di dimenticare qualcosa. Un bel giorno, cercando soluzione ad altra questione, sono casualmente incappato in un corso particolare, subito ha colpito la mia attenzione, mi ci sono iscritto e ho così appreso l’utilizzo d’uno strumento semplice e allo stesso tempo potente, uno strumento che, fra le sue infinite applicazioni, contempla anche quella della gestione del tempo.

Dapprima, onde affinarne la conoscenza, ho utilizzato tale strumento solo a livello personale individuandone pregi e difetti, quindi ho cercato le soluzioni alle sue criticità trovando strumenti integrativi (invero strumenti alternativi messi in sinergia con il primo da me stesso), infine ne ho fatto una base fondamentale della mia organizzazione. A quel punto, vista la mia professione é stato naturale decidere di aiutare gli altri a risolvere i loro problemi di gestione del tempo insegnando loro questa metodologia.

Anche tu ogni tanto o più frequentemente o addirittura spesso ti trovi a rincorrere senza respiro le cose da fare? Anche tu ogni tanto, spesso o frequentemente sei costretto a dire “non ho tempo” o “sono troppo impegnato”? Anche tu vuoi trovare un modo per poter rientrare a valle con ilk cuore leggero dopo una magnifica giornata di relax e tranquillità? Ecco alcuni fondamentali consigli.

Il tempo

il tempo non lo si può gestire, scorre indipendentemente da noi. quello che possiamo e dobbiamo fare è gestire le nostre attività.

La conoscenza

Per poter incastrare le nostre attività nei giusti tempi dobbiamo conoscerle tutte.

L’inganno

Per conoscerle tutte non possiamo affidarci alla memoria, essa viene ingannata dai nostri interessi e dalle nostre preoccupazioni.

Lo strumento

L’unico strumento efficace ed efficiente è… la mappa a getto.

Ancora l’inganno

Definite le attività queste vanno suddivise in gruppi di priorità e… sembra facile, ma anche qui l’inganno ci attende al varco, ci fa ritenere prioritarie cose invero irrilevanti e inutili cose invero importanti, ci fa perdere tempo, ci mantiene bloccati. Come superarlo?

Le domande

Come superare l’inganno della mente nella definizione delle priorità? Semplice: facendosi alcune specifiche domande.

Quali domande?

Informati sul mio corso di gestione del tempo, comprenderai anche gli aspetti successivi relativi al rispetto della programmazione attuata e alla gestione degli imprevisti, due questioni per nulla scontate, a loro volta ricche di trappole che potrebbero vanificare tutto il lavoro fatto.

Come scrivere una tesi, tesina, o altro tipo di relazione


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In tanti anni di insegnamento ho visto e vedo che la stragrande maggioranza degli studenti, quantomeno nell’ordine scolastico di cui mi occupo, quando deve produrre una tesina o un qualsiasi altro tipo di relazione non strettamente formale (ovvero supportata da un modulo prestabilito) inizia subito a scrivere. Inevitabile la fatica d’iniziare, ma anche i successivi ripetuti blocchi, uscire di quali diviene sempre più complesso e improduttivo.

Scrivere una tesi (o una qualsiasi relazione) è alla fine un lavoro di progetto e, come ogni altro progetto, necessita di una precisa sequenza di operazioni.

1 – Partenza essenziale

Il foglio bianco spaventa, il foglio bianco inibisce, il foglio bianco resta inevitabilmente bianco. Se vuoi far diventare nero un foglio bianco non devi scrivere, o, meglio, non devi farlo nel modo che ti hanno insegnato, cambia modalità e mentalità, libera le potenzialità della tua mente, lascia emergere la creatività, naviga nel mare del pensiero radiante: usa le mappe a getto!

2 – Trova le chiavi

Lascia perdere l’insieme, non pensare al costrutto, non buttarti sul discorso, definisci, invece, i concetti cardine attorno ai quali devi (vuoi) costruire la relazione, solo semplici concetti, formulati con più o meno numerose brevi frasi, meglio ancora con tante, tantissime parole singole e semplici immagini.

3 – Definisci il contesto

Quali sono gli obiettivi che vuoi raggiungere? Per chi stai scrivendo? Cosa stai scrivendo? Per ogni risposta c’è un suo modo di costruire la relazione / tesi / scrittura, per trovarlo devi però conoscere tali risposte: fatti le domande!

4 – Rielabora le chiavi

Ora che conosci il contesto e che hai un ampio repertorio di frasi o parole cardine, riesamina queste ultime adattandole al contesto: cancella ciò che è inadeguato, modifica quanto è insufficiente, aggiungi quello che ti viene da aggiungere, soprattutto integra dove percepisci scarsità di concetti, eventualmente ricorrendo allo studio suppletivo di quegli specifici aspetti dell’argomento che stai trattando. Ancora utilizza brevi frasi, singole parole o immagini. Permani su questa fase fino a che il risultato ti appare soddisfacente in quantità di concetti, nella loro qualità e, se stai utilizzando le mappe mentali, in strutturazione.

5 – Genera la struttura

È ancora presto per mettersi a scrivere: ti manca la traccia per farlo: osservando il materiale prodotto al punto quattro, estrapola le parole (o frasi) ordinative di base (quelle poche parole da cui è possibile far discendere tutte le altre) e trasformale in una struttura (alcuni programmi di scrittura hanno una specifica funzione) che altro non è se non l’indice dei contenuti (che è diverso dall’indice analitico; i programmi di scrittura lo generano automaticamente mediante la funzione Sommario) della tua relazione.

6 – Scrivi

A questo punto puoi iniziare a scrivere i contenuti, ma fallo con metodo: scrivi basandoti sulla struttura definita, elabora una parte alla volta e, nel farlo, prima lavora sui singoli concetti cardine e solo quando ne sei soddisfatto assembla il tutto. Mentre scrivi non pensare all’ortografia, alla grammatica e alla sintassi, sono tutti aspetti che andrai a verificare e sistemare nella fase successiva, insomma… concentrati sullo scrivere!

7 – Controlla

Terminata la scrittura di tutte le parti rileggi e, nell’ordine:

  1. cerca e sistema gli errori ortografici
  2. cerca e sistema gli errori grammaticali
  3. cerca e sistema gli errori di sintassi
  4. cerca e risolvi ripetizioni, incongruenze, passaggi rimasti in sospeso, cripticità (lavora su una copia del documento o attiva la funzione di revisione: sarà facile ritornare all’origine se non si è contenti del risultato).

8 – Impagina

Preoccuparsi della formattazione in fase di scrittura produce l’unico effetto di rendere interminabile il lavoro o, comunque, assai lungo e pedantesco: stili, colori, titolazioni, eccetera si fanno solo a testo completato, se hai utilizzato bene la funzione di struttura il trasferimento delle impostazioni sarà pressoché immediato e automatico.

9 – Inserisci le immagini

Ora che il testo è completo, corretto, ben formulato e impaginato, non resta che reperire e inserire le immagini, ricorda che le immagini devono essere congruenti con lo scritto, inserite nella posizione prossimale alla parte di testo a cui si riferiscono, possibilmente prodotte da se stessi, se utilizzi immagini prelevate da Internet attenzione alla licenza d’uso (tutti i principali motori di ricerca permetto di filtrare le immagini sulla base della loro libertà di utilizzo).

10 – Completa

Passaggio terminale la produzione dell’indice dei contenuti, dell’eventuale indice analitico, della prefazione, della presentazione, della copertina, della seconda di copertina, eccetera.


Se vuoi saperne di più usa il modulo di richiesta intervento per ottenere informazioni sul mio corso “Come scrivere una relazione”, viene erogato anche (e preferibilmente) in remoto, con diverse modalità per cui potremo trovare quella a te più congeniale.

EdI ovvero…


Va avanti a colpi questo mio impegnativo ma stimolante progetto, finalmente, però, posso svelare per intero l’arcano mistero di EdI, l’acronimo di…

Ecologia dell’Ingegno!

Uhm, ma che vuol dire ecologia dell’ingegno? Che cosa hanno a che fare l’ecologia e l’ingegno?

Tutti conoscono il significato di queste due parole e proprio per questo è probabile ci si chieda, così come hanno fatto molti di quelli che me ne hanno sentito parlare, come possono stare insieme. Orbene, la parola ecologia non identifica solo ed univocamente, come molti pensano, il rispetto per l’ambiente, ma si allarga a rappresentare altri concetti, per giunta già formulati ben prima di quello ambientale. Ecologia in psicologia identifica la razionalizzazione delle risorse, nella comunicazione definisce quel modo di comunicare volto a superare le conflittualità e creare armonia, per la PNL significa rispetto per il “sistema persona” e mantenimento dell’armonia tra le parti che lo compongono. L’ecologia è anche la scienza che studia la relazione tra gli esseri viventi e l’ambiente. Ecco i cardini logici che legano ecologia e ingegno, quell’ingegno che pensa alle cose anche in funzione delle loro relazioni con quanto le circonda, quell’ingegno che si esprime nel massimo rispetto del “sistema persona”, che nasce dall’armonia e si evolve nell’armonia.

EdI è molto più di un programma di corsi, EdI è un percorso di focalizzazione e di crescita attraverso il quale ottimizzare le proprie competenze per pervenire ad una consapevolezza razionale e, allo stesso tempo, istintiva delle proprie azioni e delle relative reazioni.

EdI è molto più di un servizio, EdI è una comunione d’intenti, è la condivisione di problematiche e delle loro soluzioni, è una comunità di miglioramento ecologico personale, aziendale e scolastico.

Se vuoi essere contatto per definire insieme il tuo percorso in Ecologia dell’Ingegno compila il modulo di richiesta intervento.

Non ne sono capace!


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“Non ce la posso fare”, “non ne sono capace”, “non so come fare”, queste sono alcune delle affermazioni tipiche che sento fare dai miei alunni di scuola e anche da alcuni discenti adulti. D’altra parte sono affermazioni assai tipiche, quale discorso potrei mai costruirci attorno? Beh, un discorso l’ho costruito, di più, in questi ultimi anni ho elaborato un metodo di lavoro che mi permette di contrastare questi atteggiamenti, si atteggiamenti, perché alla fine di questo si tratta. Partiamo dall’inizio.

Al termine delle scuole medie mi sconsigliarono il proseguimento degli studi specie di quelli in ambito professionale; sei anni dopo mi diplomo Perito Industriale e, passato qualche lustro, avvio la mia attività di Libero Professionista.

Al termine del corso di arrampicata su roccia l’istruttore afferma che io e l’arrampicata siamo agli antipodi; una decina d’anni dopo, percorsa tutta la scala gerarchico-formativa, sono Istruttore degli Istruttori Nazionali, il massimo nell’ambito delle scuole del Club Alpino Italiano.

Al corso di preparazione alle selezioni di Maestro di Sci un eminente Istruttore mi disse di lasciar perdere; tre anni dopo la mia sciata non solo genera ammirazione in diversi maestri di sci, ma anche nel padre di un olimpionico di sci alpino (si, maestro non lo sono diventato, ma a causa di un infortunio durante le selezioni).

Verso i mie quarantacinque anni il mio cliente principale a causa di pressioni dall’alto si rivolge ad altro fornitore e io resto praticamente senza lavoro, devo reinventarmi, trovare nuovo sbocco professionale; tre anni dopo, nonostante la mia profonda timidezza (un esempio che vale per tutti: dopo ogni colloquio di lavoro ho sempre aspettato almeno tre mesi prima di cercarne o accettarne un altro perché “ho dato la mia parola, se poi mi chiamano la disattendo”), la situazione si è normalizzata e sono diventato un apprezzato formatore e docente.

Non ho raccontato questi episodi della mia vita per mettermi in mostra o per far sembrare altri dei pusillanimi, l’ho fatto perché oggi, mentre correvo per uno dei miei soliti allenamenti (eh, si, c’è anche questo, ho sempre odiato la corsa e ora è diventata una parte importante della mia vita), pensando al metodo di lavoro accennato in apertura, mi sono passati in mente questi episodi ed ho improvvisamente capito che c’è un profondo legame tra le due cose, ho compreso che, inconsciamente, quello che sto facendo con i miei allievi deriva dal profondo lavoro che nel tempo ho fatto su me stesso e che mi ha portato a dichiarare inammissibili frasi come “non ne sono capace”, “non ce l’ha posso fare” e via dicendo: materialmente sono solo una scusa con se stessi, un modo per giustificare il proprio disimpegno, una scappatoia per evitare la fatica di pensare, un tentativo di indurre altri a fare le cose che dovremmo fare noi o a guidarci passo passo alla loro risoluzione. Da qualche anno non le accetto più, chi le formula riceve da parte mia solo ed esclusivamente… un forte invito a dimenticare tali frasi, a rimuoverle dal proprio vocabolario, a formulare, al loro posto, delle domande circostanziate. I risultati sono decisamente pregevoli, ho visto ragazzi assolutamente privi di fiducia in se stessi diventare in poco tempo decisi ed efficienti, ho visto ragazzi che si arrendevano davanti alla minima difficoltà affrontare e risolvere problemi anche piuttosto impegnativi, ho visto cadere muri enormi, ho visto crescere attitudini e speranze.

Anche a te capita spesso di cadere nello sconforto o di vederlo fare ai tuoi figli, se vuoi aiuto contattami attraverso il modulo di richiesta intervento e ne parleremo direttamente. Preciso che non sono uno psicologo quindi non si tratta di un’assistenza medica, solo di un supporto didattico e morale, di una formazione alla risoluzione dei problemi attraverso una particolare combinazione di strumenti e metodiche.

Apprendere e insegnare


Per apprendere non basta richiedere e/o sorbirsi un travaso di conoscenze, per apprendere è necessario mettersi in gioco: applicarsi, elaborare le nozioni trasferendole a vari contesti, farsi domande e cercarsi le risposte. Insomma per apprendere è necessario essere veicoli del proprio stesso apprendimento.

Per insegnare non basta fornire un travaso di conoscenze, per insegnare è necessario scendere dalla cattedra: far parlare più che parlare, lasciar sperimentare invece di condizionare, generare dubbi più che anticiparli, abituare all’autodeterminazione invece di sopprimerla, responsabilizzare piuttosto che costringere, lasciare spazio all’errore invece di farne spauracchio, trovare e provare percorsi differenziati più che procedere a spada tratta lungo un unico immutabile processo. Insomma per insegnare è necessario essere disposti ad imparare.

Creare presentazioni efficienti


Molte sono le presentazioni con diapositive (perché è di queste che vi voglio parlare) a cui ho assistito, in questi ultimi anni, poi, in conseguenza degli obblighi di formazione permanente, le occasioni si sono moltiplicate, l’ultima proprio due giorni addietro il momento in cui sto scrivendo questo articolo-lezione. Ogni volta spero di assistere a una presentazione fatta con tutti i crismi, illusione!

Quello che capita molto spesso è vedere una progressiva disattenzione da parte dei presenti, vero che con l’obbligo formativo molti si trovano a dover partecipare ad aggiornamenti su contenuti che non interessano, ma vero anche che molte sono le presentazioni poco coinvolgenti, talvolta per colpa del relatore, ma più spesso a causa di errori nella creazione stessa della presentazione.

In molte occasioni si tratta di più o meno numerosi piccoli errori che presi da soli probabilmente passerebbero inosservati, ma sommandosi insieme portano alla distrazione e al disinteresse del pubblico. In alcuni casi gli errori commessi sono magari pochi, per non dire uno solo, ma talmente gravi da distruggere anche il pubblico più predisposto e interessato.

Come creare una presentazione che, coinvolgendo i presenti, ne mantenga viva l’attenzione? Come creare una presentazione che lasci ai presenti molto più che qualche stentata informazione? Come, in sostanza, creare una presentazione che sia efficace ma ancor di più efficiente? (In questo mio altro articolo “Efficacia ed efficienza” potete capire perché, a differenza di quanto viene usualmente fatto, preferisco parlare di efficienza piuttosto che di efficacia.)

Vi dico subito che è tutt’altro che difficile, può talvolta richiedere un impegno maggiore in risorse temporali e mentali, ma alla fine, se acquisiamo i necessari strumenti conoscitivi e materiali , non è per niente più difficile, anzi, potrebbe addirittura risultare più facile del creare una brutta e inefficace presentazione.

Di seguito alcune brevi indicazioni, se vuoi saperne di più, ovunque tu risieda, usa il modulo di richiesta inbtervento per ottenere informazioni sul mio corso “Presentazioni efficienti”, viene erogato anche (e preferibilmente) in remoto, con diverse modalità per cui potremo trovare quella a te più congeniale.

Partenza essenziale

Svincolarsi dall’idea che sia il relatore a fare la differenza, che basti una buona parlantina per coinvolgere il pubblico; è decisamente più facile che sia una presentazione ben fatta a compensare eventuali difficoltà di espressione del relatore. Una volta che ci siamo convinti di questo la strada magari non è proprio in discesa ma di certo si fa molto meno insidiosa.

Definire il contesto

Capita, ed è la prassi quando le presentazioni vengono fatte per finalità didattiche, di utilizzare la stessa presentazione per diverse occasioni, orbene, tenete ben presente che una presentazione va conformata alla situazione specifica (tipologia di pubblico, ambiente di proiezione, tempo disponibile, obiettivo di massima) e questo non va fatto in sede di proiezione, va fatto a priori: la cosa più antipatica e disturbante è dover seguire un relatore che continuamente salta velocemente avanti e indietro tra le diapositive.

Generare diapositive leggere

La diapositiva deve fare da traccia (a voi e al pubblico) lasciando al relatore il compito di illustrare l’argomento; inutili, anzi deleterie, le diapositive discorsive.

Usare le immagini

Dagli studi sul cervello risulta che questo lavora per immagini e non per parole, per tale motivo le prime vengono memorizzate ed evocate molto più facilmente delle seconde. Per altro con una sola immagine possiamo trasmettere molti più messaggi che con una parola o una frase o anche molte frasi.

Orientare il pubblico

In ogni momento chi ci segue deve sapere esattamente dove ci troviamo nel contesto della presentazione e questo vale dalla prima all’ultima diapositiva.

Contenere gli effetti

Transizioni e movimentazioni possono essere intriganti ma se si eccede provocano solo confusione o addirittura disturbo visivo, fate attenzione.

Chi siamo, cosa siamo, è l’etichetta a farci diversi?


Scrittura creativa, un modo efficiente per comunicare pensieri, un modo esaltante per insegnare.

Mondo Nudo

Una mattina d’inverno una mucca, svegliandosi dal sonno notturno, improvvisamente balza in piedi e, rivolta alle sue compagne di stalla: “carissime amiche, io mi sono stufata di vivere ferma in questa stalla mal ridotta, d’essere munta solo quando sto scoppiando dal dolore, di stare al freddo e all’umido, voglio cambiare, voglio essere una mucca da corsa!”

Così tutta baldanzosa per la sua idea, si lucida per bene il manto, si pulisce gli zoccoli e s’avvia verso il vicino paese dove, proprio oggi, si tiene la fiera degli animali. Giunta al paese cerca di attirare l’attenzione su di sé e, per farlo, si piazza un bel cartellone al collo con scritto “Venite signori, venite a vedere la più bella mucca da corsa del mondo!. Passa il tempo e nessuna delle persone che si sono fermate a leggere il cartello si è poi soffermata a osservare e parlare con la mucca, solo…

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Servizi adeguati per esigenze reali


Aborro e combatto ogni forma di vendita che induce bisogni inesistenti, acquisti inutili, abitudini pericolose, e ritengo che altrettanto dovrebbe fare ogni persona onesta, ogni istituzione realmente interessata alla difesa del consumatore dovrebbe agire in modo da ostacolarle, ogni nazione dovrebbe promulgare leggi che le mettano dove devono stare: nei reati contro la persona e il bene sociale.

Certamente questo è uno dei motivi per cui non ho fatto i soldi, ma, intanto sono a posto con la mia coscienza e poi è anche uno dei motivi per i quali coloro che hanno usufruito dei miei servizi, siano essi datori di lavoro che clienti, si hanno sempre espresso opinioni altamente positive sugli stessi e su di me e ancora a distanza di diversi anni mi ricordano con piacere.

Con Pearl, EdI e AsPer, pertanto, non vi faccio promesse mirabolanti, non vi garantisco cose che poi vi risulteranno inutili, vi offro servizi formativi adeguati alle vostre reali esigenze, servizi formativi studiati su misura per voi, servizi che vi aiuteranno a risolvere quello che veramente dovete risolvere, nei modi a voi più congeniali, con i tempi commisurati ai vostri requisiti.

PEARL


Raccogli le perle del sapere, formazione da remoto in ambito CAD (AutoCAD, AutoCAD Electrical, Inventor) e Mappe Mentali.

EdI


Ecologia dell’ingegno, formazione rivolta all’ottimizzazione dei processi di studio, di organizzazione, di creazione, di progettazione e altro.

AsPer


L’assistenza personale su misura, una formazione attuata direttamente sul campo, un affiancamento allo studio o al lavoro.

Diritto-dovere allo studio


Ad un certo punto della storia della scuola italiana si è iniziato a parlare di diritto-dovere allo studio, un concetto certamente corretto che, purtroppo, è stato in parte disatteso mediante i tagli alle finanze della scuola e la conseguente decapillarizzazione scolastica sul territorio (incremento delle difficoltà d’accesso) che ha determinato l’aumento esponenziale del numero degli allievi in classe (riduzione delle potenzialità formative), nella restante parte manipolato in funzione del mero opportunismo delle direzioni scolastiche: “ha il diritto di studiare quindi non può essere bocciato”, già ma dov’è finito il dovere di studiare? il mondo reale non è altrettanto benevolo e la scuola deve anche preparare all’ingresso nel mondo reale; “se non vieni a scuola ti mando i carabinieri”, ehm, la legislazione italiana non prevede l’obbligo alla scolarizzazione bensì quello dell’istruzione che può ben essere ottenuta anche in lecita autonomia, tant’è vero che ci sono molte famiglie che hanno optato per questa strada e il sistema scolastico anziché colpevolizzarle dovrebbe attivarsi con una bella azione di autocritica.

Diritto allo studio ovvero ognuno deve avere la possibilità materiale di studiare (quello che vuole studiare).

Diritto allo studio ovvero rispettare i tempi di apprendimento di ogni discente.

Diritto allo studio ovvero passare dalla scolarizzazione per età a quella per competenze.

Diritto allo studio ovvero essere innanzitutto formati all’imparare.

Dovere allo studio ovvero ognuno deve impegnarsi ad una fattiva e costante crescita nella propria formazione, alias no scaldabanchi.

Dovere allo studio ovvero se non ne hai voglia vai a lavorare e studierai appena ne sentirai l’esigenza.

Dovere allo studio ovvero essere responsabili della propria crescita e dei propri atteggiamenti.

Scuola e responsabilizzazione


SScuola (superiore): vigilanza continua, rigidità dei programmi, schematismo orario, demonizzazione dell’errore, ritiro a priori dei cellulari, limitazione della libera scelta, valutazioni scalari, pensiero lineare, educazione alla sfiducia e alla paura, incoerenze comunicative, politica del divieto, eccetera.

CCome possiamo far maturare i ragazzi quando l’ambiente che li deve educare è immaturo?

Come possiamo insegnare ai ragazzi ad affrontare i problemi se gli adulti sono i primi a non farlo?

Come possiamo pretendere dai ragazzi che facciano le scelte giuste invece di quelle più comode quando l’esempio che li viene dato è proprio quello delle scelte facili?

Come possiamo responsabilizzarli quando tutto il sistema è fondato sulla loro deresponsabilizzazione o, al massimo, su una finta (limitata) responsabilizzazione?

P.S.
Purtroppo la struttura sociale rende molto difficile cambiare la situazione, occorrono scelte politiche, flessibilità oraria e dei programmi come prima cosa (superiori in stile pseudo universitario), e giuridiche, criteri di responsabilità avanti a tutto (basta con la ricerca faziosa di un colpevole che paghi), importanti che nessuno vuole fare. Detto questo ci sono scuole (poche) che qualche cambiamento sono comunque riuscite ad introdurre (ad esempio quella professionale che è stata incentrata sui laboratori e tutto è focalizzato sulle attività di laboratorio): volere è potere!

Logica linguistica: il messaggio implicito


Un costrutto linguistico spesso più o meno volutamente ignorato è quello del messaggio implicito, ossia quel messaggio che si nasconde fra le parole, che seppure non effettivamente formulato è comunque insito nel contesto della frase e dalla stessa deducibile.

Se affermo che “tutte le mele sono rosse”, sto implicitamente dichiarando che non esistono mele gialle, verdi o di qualsiasi altro colore e se qualcuno mi risponde dicendo che “sbagli, ci sono anche le mele gialle” non posso ribattere con un “ma io mica ho detto che non esistono mele gialle” perché in effetti l’ho detto.

Fa sempre comodo affermare “io non l’ho detto” ma… quali che siano le intenzioni del mittente sono solo le percezioni del ricevente a stabilire il significato del messaggio trasmesso!

Nuvole

Logica linguistica: libertà di opinione


0270Fino ad una ventina di anni addietro rarissimamente m’era capitato di sentirla, poi, parallelamente alla diffusione degli ambienti di discussione on-line e, forse, della relativa (apparente) possibilità di rendersi ignoti, l’affermazione è apparsa sempre più spesso arrivando a essere un vero e proprio mantra difensivo o addirittura preventivo per tutti coloro che parlano o scrivono senza sentire l’esigenza d’essere realmente preparati su quello che trattano.

“C’è libertà d’opinione” eccolo qua il grido liberatorio, il baluardo su cui fondare la propria comunicazione, il proprio atteggiamento nella rete o addirittura nella vita.

Verissimo che c’è libertà di opinione ma…

  • come detto nel precedente articolo di questa serie non si deve confondere opinione con giudizio;
  • bisogna rendersi conto che proprio questa libertà comporta il parallelo dovere di opinionare in modo informato;
  • sarebbe opportuno evitare di dire o scrivere stupidate;
  • se si dicono o scrivono scemenze è poi quantomeno ridicolo prendersela con chi l’ho fa notare.

Insomma…

C’è libertà di opinione, ma non quella di esprimere tutto quello che passa per l’anticamera del proprio cervello!

Fare!


Se una cosa è difficile da realizzare non vuol dire che vada accantonata, anzi: le cose difficili danno maggiore soddisfazione!

sogni

La lampadina #EdI #PEARL


LampadinaDopo una lunga involontaria e forzata pausa, riprendiamo il viaggio di EdI, difficile a questo punto dire se potrà mai vedere effettivamente la luce, ma, come stimolo e fiduciosa speranza, voglio comunque svelarvi questo segreto progetto procedendo con la spiegazione della simbologia grafica che ne identifica il marchio.

Abbiamo parlato del quadrato, del cerchio, della linea e della foglia, non resta che esaminare i significati che può assumere l’ultimo simbolo che ci riguarda: la lampadina.

La lampadina è fonte di luce e la luce è generata dall’energia termica prodotta dal passaggio di una data corrente attraverso un sottile filamento. Si può anche compiere un breve viaggio cognitivo e, come da tanto tempo hanno fatto i fumettisti, traslare le parole luce ed energia verso la nostra mente, la lampadina viene così a identificare l’idea e, più specificatamente, l’idea che sorge improvvisa, l’illuminazione creativa che è fonte d’ingegno.

Ingegno, la i maiuscola di EdI.

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