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Non ne sono capace!


Photo by Alexander Dummer on Pexels.com

“Non ce la posso fare”, “non ne sono capace”, “non so come fare”, queste sono alcune delle affermazioni tipiche che sento fare dai miei alunni di scuola e anche da alcuni discenti adulti. D’altra parte sono affermazioni assai tipiche, quale discorso potrei mai costruirci attorno? Beh, un discorso l’ho costruito, di più, in questi ultimi anni ho elaborato un metodo di lavoro che mi permette di contrastare questi atteggiamenti, si atteggiamenti, perché alla fine di questo si tratta. Partiamo dall’inizio.

Al termine delle scuole medie mi sconsigliarono il proseguimento degli studi specie di quelli in ambito professionale; sei anni dopo mi diplomo Perito Industriale e, passato qualche lustro, avvio la mia attività di Libero Professionista.

Al termine del corso di arrampicata su roccia l’istruttore afferma che io e l’arrampicata siamo agli antipodi; una decina d’anni dopo, percorsa tutta la scala gerarchico-formativa, sono Istruttore degli Istruttori Nazionali, il massimo nell’ambito delle scuole del Club Alpino Italiano.

Al corso di preparazione alle selezioni di Maestro di Sci un eminente Istruttore mi disse di lasciar perdere; tre anni dopo la mia sciata non solo genera ammirazione in diversi maestri di sci, ma anche nel padre di un olimpionico di sci alpino (si, maestro non lo sono diventato, ma a causa di un infortunio durante le selezioni).

Verso i mie quarantacinque anni il mio cliente principale a causa di pressioni dall’alto si rivolge ad altro fornitore e io resto praticamente senza lavoro, devo reinventarmi, trovare nuovo sbocco professionale; tre anni dopo, nonostante la mia profonda timidezza (un esempio che vale per tutti: dopo ogni colloquio di lavoro ho sempre aspettato almeno tre mesi prima di cercarne o accettarne un altro perché “ho dato la mia parola, se poi mi chiamano la disattendo”), la situazione si è normalizzata e sono diventato un apprezzato formatore e docente.

Non ho raccontato questi episodi della mia vita per mettermi in mostra o per far sembrare altri dei pusillanimi, l’ho fatto perché oggi, mentre correvo per uno dei miei soliti allenamenti (eh, si, c’è anche questo, ho sempre odiato la corsa e ora è diventata una parte importante della mia vita), pensando al metodo di lavoro accennato in apertura, mi sono passati in mente questi episodi ed ho improvvisamente capito che c’è un profondo legame tra le due cose, ho compreso che, inconsciamente, quello che sto facendo con i miei allievi deriva dal profondo lavoro che nel tempo ho fatto su me stesso e che mi ha portato a dichiarare inammissibili frasi come “non ne sono capace”, “non ce l’ha posso fare” e via dicendo: materialmente sono solo una scusa con se stessi, un modo per giustificare il proprio disimpegno, una scappatoia per evitare la fatica di pensare, un tentativo di indurre altri a fare le cose che dovremmo fare noi o a guidarci passo passo alla loro risoluzione. Da qualche anno non le accetto più, chi le formula riceve da parte mia solo ed esclusivamente… un forte invito a dimenticare tali frasi, a rimuoverle dal proprio vocabolario, a formulare, al loro posto, delle domande circostanziate. I risultati sono decisamente pregevoli, ho visto ragazzi assolutamente privi di fiducia in se stessi diventare in poco tempo decisi ed efficienti, ho visto ragazzi che si arrendevano davanti alla minima difficoltà affrontare e risolvere problemi anche piuttosto impegnativi, ho visto cadere muri enormi, ho visto crescere attitudini e speranze.

Anche a te capita spesso di cadere nello sconforto o di vederlo fare ai tuoi figli, se vuoi aiuto contattami attraverso il modulo di richiesta intervento e ne parleremo direttamente. Preciso che non sono uno psicologo quindi non si tratta di un’assistenza medica, solo di un supporto didattico e morale, di una formazione alla risoluzione dei problemi attraverso una particolare combinazione di strumenti e metodiche.

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Diritto-dovere allo studio


Ad un certo punto della storia della scuola italiana si è iniziato a parlare di diritto-dovere allo studio, un concetto certamente corretto che, purtroppo, è stato in parte disatteso mediante i tagli alle finanze della scuola e la conseguente decapillarizzazione scolastica sul territorio (incremento delle difficoltà d’accesso) che ha determinato l’aumento esponenziale del numero degli allievi in classe (riduzione delle potenzialità formative), nella restante parte manipolato in funzione del mero opportunismo delle direzioni scolastiche: “ha il diritto di studiare quindi non può essere bocciato”, già ma dov’è finito il dovere di studiare? il mondo reale non è altrettanto benevolo e la scuola deve anche preparare all’ingresso nel mondo reale; “se non vieni a scuola ti mando i carabinieri”, ehm, la legislazione italiana non prevede l’obbligo alla scolarizzazione bensì quello dell’istruzione che può ben essere ottenuta anche in lecita autonomia, tant’è vero che ci sono molte famiglie che hanno optato per questa strada e il sistema scolastico anziché colpevolizzarle dovrebbe attivarsi con una bella azione di autocritica.

Diritto allo studio ovvero ognuno deve avere la possibilità materiale di studiare (quello che vuole studiare).

Diritto allo studio ovvero rispettare i tempi di apprendimento di ogni discente.

Diritto allo studio ovvero passare dalla scolarizzazione per età a quella per competenze.

Diritto allo studio ovvero essere innanzitutto formati all’imparare.

Dovere allo studio ovvero ognuno deve impegnarsi ad una fattiva e costante crescita nella propria formazione, alias no scaldabanchi.

Dovere allo studio ovvero se non ne hai voglia vai a lavorare e studierai appena ne sentirai l’esigenza.

Dovere allo studio ovvero essere responsabili della propria crescita e dei propri atteggiamenti.

Cambiare i paradigmi dell’educazione


Bello scoprire che quanto vado affermando ormai da diversi anni è parallelamente sostenuto e divulgato da altre persone…

Sir Ken Robinson, “Changing Paradigms” un magnifico e interessantissimo video, in questa versione tradotta in italiano e reperita sul canale YouTube di Luca Gervasutti.

Chi si accontenta gode, ma la scuola?


 Chi vive a contatto con la scuola da almeno un paio di decenni si è ben reso conto di quanto la stessa abbia man mano abbassato inesorabilmente i propri obiettivi. Diversi e complessi i motivi, che, per giunta, si sono venuti a sovrapporre fra loro intersecandosi in vari modi e in varie misure. Mi limito a citare il giusto, ma erroneamente inteso, concetto del diritto e dovere allo studio, oppure la paura di farsi la fama di scuola difficile, o ancora il concetto “se non ci arrivano vuol dire che gli obiettivi sono troppo alti e allora dobbiamo abbassarli”.

Se è in parte ben vero che, talvolta, chi troppo vuole nulla stringe, se è in parte ben vero che, talvolta, chi si accontenta gode, non è altrettanto vero che questo valga sempre e, soprattutto, che questo porti a risultati ottimali.

Può la scuola accontentarsi di vedere gli allievi che entrano con uno e escono con due quando gli stessi per affrontare dignitosamente la vita e il lavoro avrebbero bisogno di 100?

Certo è bello rilevare anche solo una piccola crescita, è gratificante osservare anche solo una piccola maturazione, ma è sufficiente? La formazione s’è trovata una ricca serie di stupende regole, ma poi? Poi se ne è dimenticata o, per meglio dire, si limita a enunciarle, a usarle per farsi bella, per indorare articoli e newsletter, ma di fatto restano solo belle parole.

Come si può attuare la tanto reclamizzata personalizzazione formativa attuata sul singolo individuo quando in classe ci sono 20 o più alunni?

Come si possono responsabilizzare i ragazzi quando tutto ricade solo ed esclusivamente sotto il ferreo controllo, la continua vigilanza e la totale responsabilità della scuola e in primis del docente?

Come si possono rispettare i tempi di apprendimento del discente quando il percorso formativo è rigidamente vincolato a tempi predeterminati, quando tutta la struttura scolastica è rigida e poco elastica?

Come si possono fare tutte le cose sopra dette quando le lezioni devono rigidamente conformarsi a un programma predefinito e non solo in ragione di obiettivi, ma anche in misura di date e ore?

Bella e giusta l’idea del non avere italiani di serie A e di serie B, ma sulla riga di tale concetto e per come sta lavorando la scuola italiana siamo arrivati a formare solo italiani di serie Z.

Interferenze

“Walk in the mashup side!"

Vita a Lou Don

Una borgata alpina con tre abitanti ma tante storie da raccontare

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