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Programmazione si, programmazione no.


Bello, stimolante e, soprattutto, confortante trovare nel libro, anzi già nella sola introduzione al libro, di un eminente professore universitario di pedagogia e filosofia della formazione le conferme alle proprie convinzioni, convinzione per le quali ci si trova ad essere piccoli granelli di sabbia nella sconfinata estensione di una spiaggia che propaganda concetti diversi, convinzioni per le quali più volte ci si è trovati a dover subire imposizioni che marciano in senso opposto, a dover operare secondo linee di cui si conoscevano i limiti e le deficienze.

Da “Attesi Imprevisti” di Paolo Perticari, Ed. Bollati Boringhieri

“Il punto di vista inatteso … è spesso la più grande risorsa e il miglio aiuto per insegnare/imparare. Se un insegnante segue sempre il filo del programma da realizzare rischia di confondere i suoi pregiudizi e il programma con quello che davvero succede nel luogo in cui si trova a operare… A scuola si parla molto di programma da realizzare, di futuro da costruire, e certo è importante avere una prospettiva verso cui tendere… certo è importante mantenere uno sguardo aperto sul futuro evitando di ridurre tutto a sistemazione del presente…  ma questo del futuro… contiene una formidabile strumentalizzazione che probabilmente è uno dei problemi più seri dell’educazione oggi: dobbiamo riuscire a concepire processi educativi non tanto finalizzati a un futuro che poi nessuno sa davvero come sarà, … ma pensare che la vera posta in gioco è la qualità, la profondità, la semplicità, la pazienza che a volte è necessaria per salvare un incontro, quando un incontro può avvenire. Quel tempo lì è ben più interessante del futuro da costruire, perché in quel tempo c’è già tutto quello che serve al futuro per poter avvenire. … Tutta questa pedagogia … fa troppa ricerca, propone troppa programmazione, e non educa all’attesa; e invece molte volte le cose più preziose sono proprio gli imprevisti, le emozioni, gli spaesamenti… Tutta questa pedagogia e didattica fatta di esperti che programmano è inquietante… Una didattica non minacciosa, che non sa già tutto di quello che deve trovare ed è perciò capace di orientarsi e riorganizzarsi in rapporto a quello che succede.”

Un concetto, questo, che da sempre è stato alla base del mio modo di fare didattica, sia agli inizi quando operavo solo come formatore aziendale, che in seguito quando iniziai a operare anche nell’ambito delle strutture scolastiche, poi arrivata la moda delle unità didattiche intese come rigide strutture programmate in tutto e per tutto: contenuti, obiettivi, competenze, tempi, verifiche e date.

Riusciranno la pedagogia e la didattica a recuperare il senno delle cose? Riusciranno a recuperare il tempo che stanno così perdendo? Chi vivrà vedrà, come è d’uopo dirsi!

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Medicina sociologica (e pedagogia)


IMG_1821Così come per la medicina, anche in sociologia e pedagogia si sono succedute nel tempo varie metodologie nell’esaminare e trattare i problemi dell’apprendimento. Così come per la medicina esiste l’approccio orientale, che considera l’insieme delle cose, e quello occidentale, che considera il singolo sintomo, anche in pedagogia si sono formati approcci diversi…

Atto uno – Cura dei sintomi.

Un tempo si tendeva a curare i sintomi più che a occuparsi della malattia, ad esempio il ragazzo scrive male per cui lo si obbliga a scrivere centinaia di istanze per ogni lettera dell’alfabeto.

Atto due – Definizione di nuove malattie

Siccome la strategia di cui sopra dava esiti positivi per alcuni e negativi per altri, non potendo la società accettare l’errore metodologico, questa si creò, spesso artificiosamente, delle malattie che potessero giustificare i mancati successi, ad esempio il ragazzo continua a scrivere male anche dopo la cura della ripetizione prolungata della scrittura dei singoli simboli letterari, allora è disgrafico.

Atto tre – Si cura la frattura con l’antidolorifico

Questa nuova strategia più che una cura era però un isolamento e finì col creare emarginazione. Sentendosi colpevole la società per sollevarsi dal proprio senso di colpa iniziò la campagna contro l’emarginazione e iniziò a curare le presunte malattie mediante degli antidolorifici, ad esempio il ragazzo disgrafico va integrato nella società ma trattato differentemente, con percorsi formativi e di crescita individualizzati.

Atto quattro – Si cura la frattura dando l’antidolorifico al medico

Questo però non apporta sostanziali miglioramenti nella situazione iniziale: la cura della malattia. Ancora però non si può vedere oltre i sintomi e ci si inventa di dare gli antidolorifici al medico stesso. Ad esempio il ragazzo non scrive bene, potrebbe essere disgrafico, aggiorniamo gli insegnanti sul tema della disgrafia.

Atto cinque – ?

Quale sarà il prossimo passo strategico?

Quando si arriverà a percepire la malattia?

Quando ci si occuperà dell’insieme invece che del dettaglio?

IMG_1822Gli esperti di PNL (Programmazione Neuro Linguistica) hanno già dimostrato che talvolta, se non spesso, un disgrafico, per continuare con l’esempio utilizzato sopra, non lo è per patologie proprie, ma per errori nell’apprendimento che gli viene sottoposto, un apprendimento che non verifica e non prende in considerazione i sistemi rappresentazionali propri di ogni singolo individuo. Tali sistemi ci condizionano in modo preponderante tutta l’esperienza di vita e la comunicazione, ivi compreso l’apprendimento: se sono uditivo imparerò a scrivere solo se mentre scrivo pronuncio ad alta voce la lettera che sto scrivendo (mentre in classe si chiede il silenzio); se sono visivo mi basterà scriverla; se sono cinestesico avrò bisogno di poter toccare con mano la forma della lettera.

Per fare un altro esempio ancora più eclatante: la dislessia. Leggendo di solito teniamo il libro sul tavolo per cui le parole le vediamo portando gli occhi in basso, questo attiva in noi l’accesso cinestesico. Se siamo auditivi o visivi così facendo non percepiamo quello che stiamo leggendo per cui non riusciamo a memorizzarlo, addirittura potremmo non pronunciarlo correttamente. Cambiando posizione del testo in ragione del nostro sistema rappresentazionale predominante, ecco che magicamente le difficoltà di pronuncia e memorizzazione vengono superate: libro in alto per un visivo che deve poter vedere (trasformare in immagini) quello che legge, libro a livello degli occhi per un auditivo che deve poter sentire (trasformare in suoni) quello che legge, libro in basso per un cinestesico che deve poter percepire (trasformare in sensazioni) quello che legge.

Crederci o non crederci è irrilevante: chi opera nella formazione non deve fermarsi sulle proprie singole convinzioni, non deve chiudere la propria sfera esperienziale a quello che crede, ma deve sempre essere aperto a tutte le logiche e a tutte le possibilità, deve sempre provare tutte le strade immaginabili e possibili; Il suo obiettivo non può e non deve essere l’affermazione di se e delle proprie credenze, bensì deve essere l’affermazione del discente, il suo apprendimento e la sua crescita!

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