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La nuova frontiera dell’insegnamento


1712Non è esattamente nuovo visto che se ne parla già da ormai diversi anni, ma è comunque argomento che appare essere ancora caldo e interessante: la nuova frontiera dell’insegnamento!

Un tempo insegnare voleva dire che qualcuno (il docente) passava le proprie conoscenze e abilità (competenze) a qualcun altro (il discente), oggi il significato d’insegnare è stato rivisto e trasformato sia in seguito a studi più attenti dei processi di apprendimento, sia al fine di renderlo più adeguato alle esigenze di una società più ampia, una società nella quale la tecnologia è predominante e le competenze si sono notevolmente espanse, una società dove la formazione professionale deve necessariamente tendere alla specializzazione il supporto all’autoapprendimento. Ecco che il docente moderno non è più colui che trasferisce le proprie conoscenze ad altri ed è diventato colui che si occupa di definire, formulare e produrre il miglior percorso di autoapprendimento.

Autoapprendimento è la parola chiave, la sfida alla quale la scuola oggi deve organizzarsi: il docente, oggi, non può basare il proprio operato sulla lezione frontale, sull’illustrazione minuziosa dei concetti, sulla formulazione metodica e precisa delle esercitazioni, al contrario, deve soprattutto, per non dire esclusivamente, guidarlo alla scoperta dei concetti e delle azioni mediante un insegnamento che sia criptico e improntato alla sperimentazione personale delle cose. Il primo aspetto, quello della cripticità, serve per lasciare diversi punti oscuri, al fine di creare nel discente dubbi e stimolare le sue domande, il secondo, quello della sperimentazione, per esaltare l’aspetto deduttivo. Importante, poi, che il tutto sia costruito attorno alla riconsiderazione della valenza educativa e formativa dell’errore: il discente dev’essere lasciato libero di sbagliare, anche a più riprese, anzi, quando possibile l’errore va anche indotto ad arte, solo così facendo si stimola il discente ad essere produttivo e collaborativo, a non temere il giudizio, a mettersi in gioco e a mettere in campo tutta la sua capacità logica e deduttiva, arrivando ad evidenziare (e imparare) quanto e come gli errori possano essere, se ammessi e accettati, ben più utili delle cose giuste e scontate.

Purtroppo al lato della pratica appare che molti discenti, in particolare, i giovani, pur avendo iniziato il loro percorso educativo didattico dopo la nascita delle nuove formulazioni didattiche, ancora si aspettano che il docente fornisca loro, in via induttiva, istruzioni pronte all’uso, complete ed esaurienti. Giovani, questi, che non sono in grado di seguire il moderno metodo d’insegnamento e definiscono incapace o svogliato quel docente che, invece, lo persegua con dedizione.

La motivazione?

Come sempre la risposta è complessa, rendendo improbo il compito di chi deve formularla in poche righe. Con in mente tale considerazione vediamone quantomeno gli aspetti principali.

Partiamo dalla scuola, una scuola, quella italiana (non perché le altre siano magari diverse, ma perché conosco direttamente solo questa e quando dico o scrivo lo faccio solo per le cose che conosco in prima persona e non per sentito dire), che appare ancora troppo legata al voto come premio e come punizione (mentre dovrebbe essere visto e usato solo come indicazione degli obiettivi perseguiti), all’errore come “peccato” (mentre, come già detto, dovrebbe essere visto e usato come preziosa risorsa educativa e formativa).  Una scuola dove il discente acquisisce la paura del giudizio e quella di sbagliare, quando, al contrario, dovrebbe imparare a fare senza preoccupazione, a sperimentare, sbagliare, analizzare, comprendere, accettare e dedurre.

Finiamo con l’insieme sociale famiglia/scuola, un sistema che oggi educa i giovani con troppo accanimento terapeutico, ossia badando più al controllarli che al responsabilizzarli, lavorando più sull’immediatezza del risultato che sulla sua durevolezza nel tempo, cercando le soluzioni più comode per evitarsi patemi e problemi, anziché lavorare con quelle che meglio formano il futuro adulto, inteso sia nel senso di cittadino che di lavoratore che di persona. Comodo affermare che certi sistemi non funzionano con i giovani d’oggi o quantomeno con certi giovani senza prima provare a chiedersi se non sia piuttosto la struttura educativo formativa a non essere capace e/o adeguata all’applicazione di detti sistemi: da tempo immemore, tanto per fare un solo esempio, la pedagogia ha ben compreso che ogni discente ha la sua personalissima velocità di apprendimento, l’istituzione scolastica, però, è ancora oggi legata a tempi fissi rigidamente uguali per tutti, fatta salva la possibilità di bocciatura che alla fine, però, si limita a riportare il discente inutilmente e pericolosamente indietro nel suo tempo didattico invece di adattare e personalizzare il processo didattico alla velocità di ogni singolo discente.

La nuova frontiera dell’insegnamento e la nuova sfida per la struttura scolastica non sono quindi tanto nell’applicazione di una moderna metodologia didattica, piuttosto nella loro capacità di riconoscersi come totalmente fondate su principi erronei e di rimettersi, conseguentemente, in gioco per ristrutturarsi completamente ed efficientemente, senza dare sempre e solo colpa ai tartassati docenti costretti a dare risultati con mezzi spesso inadeguati al loro ottenimento.

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La scuola che vorrei


sogniOgnuno di noi ha i suoi sogni, chi sul futuro lavorativo, chi sull’amore, chi sul denaro, chi sulla prima auto e via dicendo. Tra i miei sogni ne ricorre uno che riguarda la scuola: vi vedo una scuola totalmente diversa da quella attuale, ma anche da qualsiasi altra forma scolastica che si sia ad oggi vista, certo raccolgo una parte di quanto già seminato, ma vi aggiungo delle novità e assemblo il tutto in una forma diversa, innovativa, oserei dire rivoluzionaria.

Prima di illustrare il sogno, alcune precisazioni sono necessarie:

  • come per ogni sogno, anche in questo ci sono parti ben delineate, altre che si stanno delineando, alcune appena accennate e anche qualche parte ancora piuttosto fumosa, qualcosa, inoltre, si modifica nel momento stesso in cui scrivo;
  • per quando detto qua sopra, mi è impossibile essere completo e preciso;
  • anche se non ne parlo espressamente, è data per scontata la ridefinizione dell’intera struttura sociale;
  • ho dato un titolo al mio sogno: la scuola senza muri;
  • “senza muri” vuole essere innanzitutto simbolico, a identificare la rimozione di una lunga serie di barriere, ma anche pratico, a identificare una scuola non fossilizzata all’interno delle pareti, una scuola portata anche e soprattutto sul territorio che la circonda.

Ora possiamo entrare nel sogno.

Tre i cicli didattici:

  1. dai 3 ai 7 anni – basato sul gioco, la finalità del processo didattico è quella di attivare nei bambini l’interesse allo studio, senza forzare in loro nessun tipo di apprendimento se non quello del piacere d’imparare cose nuove e utili;
  2. dagli 8 ai 14 anni – basato sulla didattica trasversale, formulata principalmente con base esperienziale e con metodologie sia individuali che collaborative e cooperative, si sviluppa su due fasi, parzialmente sovrapposte, la prima finalizzata all’acquisizione di un metodo di studio, che non è necessariamente uguale per tutti, la seconda all’acquisizione delle conoscenze e delle abilità di base;
  3. dai 14 anni in su – basato sulla didattica verticale, il suo obiettivo è quello di dare (e mantenere) la formazione professionale, il programma si concentra, pertanto, sugli aspetti tecnici, che condizionano e guidano anche le materie trasversali.

L’obbligo scolastico è riabbassato ai 14 anni, ma con un successivo periodo d’obbligo formativo fino a 18 anni. Fino a 14 anni il ragazzo deve obbligatoriamente frequentare la scuola, dopo i 14 anni e fino a 18 può scegliere se formarsi presso una scuola, presso un’azienda (adeguatamente strutturata: azienda didattica) o in forma mista (ad esempio la mattina a scuola e il pomeriggio in azienda).

Durante l’intero percorso didattico l’attività scolastica è a tempo pieno: quattro ore la mattina con attività didattiche vere e proprie, quattro ore il pomeriggio con attività di complemento (biblioteca, ricerche, laboratori esperienziali e via dicendo). La famiglia deve rendersi partecipe nelle attività scolastiche dei figli, non solo mediante i colloqui con i docenti, ma con la partecipazione fisica (periodica, casuale e rotativa) alle attività didattiche ed extra didattiche. Nel secondo e nel terzo ciclo l’attività didattica non è indissolubilmente legata all’aula, ma, con decisione autonoma (anche non programmata) del docente, può spostarsi fuori dall’edificio scolastico, vuoi per ragioni didattiche (visita di un azienda, studio della natura, conoscenza della città, eccetera), vuoi per motivazioni logistiche (ragazzi agitati che non permettono il regolare svolgimento della lezione, ad esempio).

mappa1Nel primo ciclo si lavora su obiettivi sociali e non si formulano sistemi di valutazione didattica formale (verifiche, esami, eccetera). Il bambino procede senza fermate fino alla fine del ciclo. Il passaggio al secondo ciclo avviene senza nessun esame, ma solo in funzione della raggiunta età di passaggio.

Nel secondo ciclo si lavora per micro obiettivi didattici: obiettivi identificati con minimi apprendimenti teorici o specifiche azioni pratiche, di modo che la valutazione si possa semplicemente definire con un si (obiettivo raggiunto) o un no (obiettivo non raggiunto). Idealmente, materia per materia, la didattica dovrebbe procedere oltre solo se un obiettivo è stato raggiunto, questo prevederebbe però una elevata personalizzazione del percorso forse inattuabile; diciamo che, in assenza di necessità sequenziali specifiche, ogni tre o quattro mesi si attua, sempre materia per materia, una sommatoria dei si ottenendo le valutazioni nella forma numerica (percentuale). La “promozione” incondizionata si ottiene con il 90% di si, mentre con una valutazione tra il 70 e il 90% si procede con l’obbligo di frequentare recuperi pomeridiani per ogni obiettivo mancato e fino al suo raggiungimento. Una valutazione inferiore al 70% va valutata di volta in volta per definire se sia possibile comunque procedere oltre, sempre con i recuperi, o sia necessario fermarsi e riprendere dall’inizio gli obiettivi del periodo valutato.  Il passaggio al terzo ciclo avviene al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie.

Nel terzo ciclo si lavora ancora per micro obiettivi didattici, con la stessa prassi in merito alle valutazioni, ma differenziando il sistema di avanzamento nello studio: ogni due mesi somma dei si; avanzamento incondizionato con il 90% di si, tra 70 e 90% avanzamento con recuperi pomeridiani, tra il 40 e il 70% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso misto (scuola la mattina, azienda il pomeriggio); sotto il 40% passaggio obbligatorio (anche provvisorio) al percorso in azienda didattica. A partire dai 16 anni s’inseriscono, per chi abbia scelto il percorso presso le scuole, gli stage aziendali, per i quali le aziende devono obbligatoriamente rendersi disponibili (a fronte dell’obbligo per le scuole di mandare i ragazzi in stage, deve corrispondere un analogo obbligo dalla parte opposta).  L’attestazione di professionalità, ovviamente specifica secondo il percorso di studio, si ottiene con un esame professionale definito, condotto e realizzato con la collaborazione delle aziende. L’ammissione a tale esame avviene al raggiungimento del 90% degli obiettivi in tutte le materie. Il superamento dell’esame avviene con il raggiungimento del 75% degli obiettivi (micro obiettivi) previsti per l’esame.

Apprendimento  veloce

Primo e secondo ciclo avvengono in strutture scolastiche tradizionali (come quelle attuali), il terzo ciclo avviene in cittadelle scolastiche (sullo stile delle attuali cittadelle universitarie o dei college americani), presso le quali l’allievo trova anche tutti i supporti logistici: alloggi, mense, biblioteche, palestre, eccetera. In ogni cittadella il ragazzo trova tutti i possibili percorsi professionali, o quantomeno tutti i principali, di modo che sia possibile fornire inizialmente un periodo di esperienza relativo a tutti i campi professionali e permettere al ragazzo una scelta che si basi anche e soprattutto sulle sue attitudini reali. Parallelamente, anche in funzione di un’educazione al rispetto ambientale (la riduzione della necessità di spostamento ne è una base ineludibile),  deve esserci un ampio utilizzo dell’e-learning, di certo per tutte le materie trasversali e possibilmente anche per quelle materie che non necessitano di attrezzature particolari o in cui tali attrezzature si possono facilmente acquisire anche al proprio domicilio (CAD, Automazione d’ufficio, gestione commerciale, eccetera). La formazione professionale più evoluta (oltre i 18 anni) e quella di mantenimento (aggiornamento continuo) devono strutturarsi quasi esclusivamente sull’e-learning, anche per gli eventuali esami. All’inizio di questo ciclo gli alunni sono degli adolescenti, ovvero dei ragazzi che si avvicinano velocemente all’età adulta, è ora di passare dall’accudimento alla responsabilità personale e sociale: autoapprendimento, pochi vincoli (divieti), nessuna vigilanza o vigilanza attuata dagli stessi ragazzi invece che dai docenti, autodeterminazione della frequenza alle lezioni, eccetera.

Troverà seguito questo mio sogno? Non lo so, forse si, forse parzialmente, forse per niente, poco importa, l’importante è avere un sogno, crederci e lavorare affinché lo stesso possa trovare applicazione reale. Nel frattempo, per quanto possibile all’interno dell’autonomia didattica, cercare di attuare quanto sia possibile attuare. Senza sogni saremmo degli automi, senza sogni moriremmo!

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