Archivio dell'autore: Emanuele Cinelli

Nudisti in azienda? Un valore aggiunto


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Attraverso un forum di settore (iNudisti), la sua e-zine, le reti sociali, il mio blog dedicato (Mondo Nudo), i raduni e le escursioni di VivAlpe, tra passato e presente sono stato e sono in contatto con decine di migliaia di nudisti italiani e invero non ho notizia di licenziamenti fatti per il solo motivo “praticava il nudismo”, però ne ho sul fatto che diversi nudisti hanno ricevuto pressioni particolari, sollecitazioni a stare attenti, inviti a non farlo più, minacce più o meno velate di allontanamento se fossero nati dei problemi con il personale, con collaboratori, fornitori, clienti o utenti: “non possiamo permetterci una cattiva pubblicità” è la logica di fondo comune a tutti i casi.

Dietro a tali reazioni a volte c’è la comprensibile (“ca..o, sono anni che ci conosciamo e non mi hai detto niente, di cosa avevi paura?”) sorpresa per una notizia trapelata per via traverse. Altre volte la cosa è risaputa e accettata in azienda e si tratta di una, a questo punto molto meno comprensibile, reazione alla segnalazione di un cliente o utente che riferisce d’aver saputo che in quella azienda c’è un nudista. Oppure il tutto avviene, ancor meno comprensibilmente, in fase di selezione del personale quando uno, onestamente e correttamente, evidenzia il proprio essere nudista, magari scrivendolo addirittura nel proprio curriculum.

In un caso come nell’altro si tratta di reazioni decisamente inopportune, ingiuste e illogiche: un nudista in azienda andrebbe visto come un valore aggiunto…

  • Abituato a vedere persone nude e per effetto di una logica di vita che porta alla considerazione della persona in quanto tale e alla svalutazione del concetto di persona come oggetto, il nudista avrà con i colleghi un rapporto incentrato sulla correttezza e sul rispetto, nel contempo risulterà meno incline a farsi trascinare dalla vicinanza di qualcuno che lo attira sessualmente; ne deriva che il lavoro del nudista risulterà sempre e comunque della massima produttività.
  • Per le stesse motivazioni di cui sopra, il nudista indurrà nelle persone che lo circondano minori preoccupazioni comportamentali favorendo, così, la creazione di un sereno ambiente di lavoro, di riflesso anche le persone che in quell’ambiente lavorano saranno più serene e le persone serene lavorano meglio e rendono di più.
  • Il nudista potrà risultare di valido aiuto a chi, intorno a lui, abbia problematiche di accettazione del proprio corpo, arrivando ad essere perfino un esempio risolutore.
  • Nel caso di attività lavorative che prevedono il coinvolgimento di bambini, ragazzi, adolescenti, il nudista sarà sempre in grado di parlare con loro delle problematiche del corpo e delle questioni sessuali, e potrà farlo in modo corretto, incondizionato, preciso, pertanto efficiente ed esaustivo; inoltre risulterà, per certi aspetti, molto meno manipolabile.

Alcuni manager hanno già compreso questa verità consentendo la nudità in azienda (anche in ambiti in cui si opera a contatto con fornitori e clienti), eliminando, così, alla sorgente le problematiche di convivenza: tutti nudi e più nessuno bada all’aspetto fisico degli altri; tutti nudi e non esiste più motivo alla sbirciatina maliziosa, alle distrazioni sessuali, ai pensieri maniacali; tutti nudi e svaniscono anche le paure in merito al proprio aspetto fisico, ci si sente meglio con se stessi e, quindi meglio, con gli altri creando un ambiente più rilassato e affabile, meno stress e alla fine maggior rendimento.

C’è da ragionarci sopra con attenzione, non dico di arrivare ad obbligare il nudismo in tutte le aziende, anzi, l’obbligo non sarebbe certamente produttivo e giusto; non mi aspetto, pur sperandolo, nemmeno che tutte le aziende si aprano alla pratica nudista acconsentendo la nudità durante il lavoro, ma magari alcune si (io sono gratuitamente a disposizione per consigli ed esperimenti, può essere utile iniziare partecipando a VivAlpe); di certo, però, mi auguro che, all’occorrenza, si prendano le difese del collaboratore o del collega nudista, anziché osteggiarlo e/o vessarlo inopinatamente.

N.B.
La nudità sul lavoro non è solo teoria, non sono solo delle belle ipotesi e speranze, è realtà, realtà praticabile, realtà già praticata. Ecco un paio di esempi di aziende che hanno sperimentato la nudità in ufficio.

Onebestway – Lo psicologo aziendale David Taylor mette a nudo il personale e dopo un breve iniziale imbarazzo, il morale migliora, il dialogo si fa più sincero, la produttività cresce e l’azienda migliora.

Design PLX – Sperimentano per un mese e … vogliono continuare. (L’articolo originale su “The Bold Italic’s” è stato rimosso).

Nude House dove i vestiti sono assolutamente proibiti (purtroppo il sito che documentava la cosa è stato chiuso).

Definitive dove, nel 2009, l’esperienza è stata motivata da una serie TV “The Naked Office” di Virgin1

Non esiste l’impossibile, esistono solo cose che non si vogliono fare!

Professione formatore e la mia inclusiva proposta


Sono un formatore a tutto tondo, ho iniziato tanti anni fa come istruttore di arrampicata su roccia, poi man mano mi allargai ad insegnare l’arrampicata su ghiaccio e le basi generali escursionistico-alpinistiche. Tale percorso venne supportato dalla parallela acquisizione dei titoli di Istruttore, prima Regionale e poi Nazionale, i quali mi hanno portato a dirigere corsi e scuole di alpinismo del Club Alpino Italiano, nonché, nello stesso contesto, a collaborare con la Scuola di Alpinismo Regionale Lombarda e quella Nazionale Italiana.

Tentai anche di diventare Maestro di Sci e Guida Alpina, che è un vero e proprio professionista della montagna (l’istruttore del Club Alpino Italiano è un volontario che può operare solo all’interno dei corsi del CAI), purtroppo senza riuscirci, un po’ per infortuni non gravi ma comunque influenti, un po’ per casualità (l’anno che ho deciso di fare le selezioni di guida alpina invero avrei fatto meglio a fare ancora quelle di maestro di sci che si erano tenute vicino a casa, nel luogo e sulle piste dove per tre anni mi ero preparato e tutti i miei compagni di preparazione le avevano superate) e necessità di riprendere a lavorare (la preparazione alle selezioni di questi corsi è questione che necessariamente ti deve impegnare a tempo pieno).

Insomma, il mio scopo di vita era evidente e tutti me lo dicevano ormai da anni, solo io mi ostinavo a perseguire un obiettivo diverso finché intervenne il caso: i clienti iniziarono a chiedermi corsi anziché disegni. Prima uno, poi due, poi tre, poi arrivò un centro di formazione per adulti e infine anche una scuola. Come ignorare i segnali, presi la palla al balzo e progressivamente i miei servizi si incentrarono sempre più sulla formazione fino a farne l’unica mia occupazione. Da quel momento la mia vita è diventata la formazione, sportiva nel tempo libero, tecnica nel lavoro.

Questa particolare integrazione di cose si è inevitabilmente riflessa nel mio modo di fare formazione, un modo che, insieme agli aspetti meramente tecnici, tiene in debita considerazione anche quelli umani: psicologia, filosofia, comunicazione, benessere mentale e fisico, ecologia della formazione ed ecologia in senso stretto, questioni economiche e questioni ambientali. Tutti argomenti, invero, che fin da giovane mi avevano sempre interessato e sui quali avevo letto e studiato parecchio.

Quando, verso la fine del ventesimo secolo, finalmente mi decisi a seguire un mio sentimento fino ad allora represso, l’incredulità verso l’ostilità sociale al nudo, e intraprendere la strada del nudismo, è stato spontaneo e ovvio non tenerlo nascosto. Di conseguenza creai il blog Mondo Nudo, con la missione di trattare di nudismo ma anche di questioni sociali in genere, tra le quali, per l’appunto, il rapporto con il proprio corpo e il superamento dei timori sul nudo e delle opposizioni alla nudità sociale. Nel giro di pochi anni identificai una formula che, della nudità, ne potesse fare un valore aggiunto anche nella mia attività di formatore, sia per quella attuata nel tempo libero, sia per quella attuata nel tempo del lavoro.

Ne nacque il progetto “Zona di Contatto” nella cui definizione, sulla base di quanto qualcuno nel frattempo aveva fatto o andava facendo in Inghilterra e altre nazioni (positivi esperimenti sociologici di nudo generalizzato in azienda e apertura di uffici dove la nudità era lo stato di base), si formò e stabilì il desiderio d’impegnarmi attivamente in questa direzione: ne scaturì il servizio di consulenza al nudo.

Ad oggi, invero, non ho ancora ricevuto richieste in tal senso, però il servizio rimane e si rafforza: per dargli un punto di partenza più preciso, per suggerire un percorso abbordabile, per generare un palese invito a imboccare tale cammino, vado ora a pubblicizzarlo in modo più palese e ho inserito nell’apposita sezione della pagina eventi di questo blog la locandina e il collegamento a VivAlpe. Evoluzione di quello che era l’altro progetto ormai ben avviato ma il cui nome andava ormai superato (Orgogliosamente Nudi), VivAlpe non è un qualcosa di trasgressivo, non è un qualcosa di diverso dalle altre attività, VivAlpe è solo ed esclusivamente un programma condiviso di escursioni in montagna, escursioni uguali a tutte le altre, ma con un valore aggiunto, un qualcosa in più del camminare, un qualcosa in più della tanto acclamata e ricercata integrazione con l’ambiente: l’inclusione.

VivAlpe, pertanto, non è escursioni naturiste, VivAlpe non è escursioni nudiste, VivAlpe non è nemmeno escursioni nude o in nudità, VivAlpe non è qualcosa in antitesi con l’escursionismo classico, VivAlpe non si pone in alternativa ad altro, VivAlpe è VivAlpe e basta, caso mai VivAlpe è solo ed esclusivamente inclusione ambientale.


Contrariamente a quanto è oggi fastidiosissima consuetudine, non vi costringo a passare attraverso più pagine e più collegamenti ma, in ragione di una mia personalissima etica commerciale che mi vincola al rispetto totale del cliente, vi mando direttamente alla sorgente: cliccare sulla locandina sotto per accedere alla pagina eventi di Mondo Nudo.

Quali mete per il 2020


Sul finire di un anno è classico, e infatti lo stanno facendo in molti, tirare le somme e porsi degli obiettivi, dei propositi, per l’anno entrante, e allora eccomi qua anch’io, ecco qua le mete che mi sono prefissato, in particolare quelle che ho abbinato a questo mio blog.

  1. Avviare la pubblicazione dei micro-moduli didattici
  2. Ampliare l’e-shop
  3. Attivare il crowdfunding su Patreon
  4. Completare e pubblicare almeno uno dei tre libri sportivi a cui sto lavorando

Ispirazione poetica


Era diverso tempo che non scrivevo più una poesia, ora me ne sono venute addirittura tre in colpo solo e la cosa forse strana è che l’ho fatto mentre ero in un luogo tendenzialmente poco stimolante, se non in funzione del dolore e della sofferenza: l’ospedale.

Ecco il trittico poetico che ho scritto durante l’attesa per un intervento all’ernia inguinale.

Poesia

Con rima o senza rima
parole che scorrono
come note sul rigo
il ritmo scandiscono.

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019
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Sorriso

Un filo di bianco
una morbida curva
pupille sgranate
un viso felice
un gesto suadente
un corpo splendente

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019

Vivere

Corri corri
cavallo corri
nulla ti può fermare
nulla ti può deviare

Emanuele Cinelli – 4 dicembre 2019
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Abbiamo la LIM!


Photo by Pixabay on Pexels.com

Bravi! Bello! Ottimo! Però…

Perché sobbarcarsi la spesa e le tante problematiche di installazione e manutenzione della LIM quando poi la si utilizza solo come videoproiettore?

#facciamoformazione

Un viaggio faticoso


L’avvio di un nuovo servizio professionale è per me paragonabile a un viaggio e come ogni viaggio presenta momenti di esaltazione, momenti di stanca e momenti di depressione, come ogni viaggio crea fatica e dona piacere.

Così l’avvio dei servizi didattici di PEARL, con la complicità della migrazione che ho fatto al mondo Linux, sta facendomi soffrire parecchio: strumenti da reperire, provare, valutare e poi, una volta scelti, studiare; procedure da definire; materiale da elaborare. Insomma, tante cose che si accavallano e si sommano fra loro e con quelle già in essere, una mole di lavoro per la quale non esiste allenamento che tenga: pian piano ti erode, giorno dopo giorno ti toglie le forze.

Un viaggio alquanto faticoso, molto più delle mie corse in montagna, persino più dei miei tentativi di percorrere in unica tappa il sentiero 3V: centotrenta chilometri di montagna per un dislivello di novemila metri in positivo e in negativo. D’altra parte un viaggio che, parallelamente all’altro qui sopra menzionato e come quello, tenacemente porto avanti e intensamente voglio portare alla sua debita conclusione.

La migrazione a Linux, per la precisione Mint, è sostanzialmente terminata, rimangono alcuni aspetti che tostamente non si lasciano risolvere ma ormai posso lavorare sufficientemente bene. Recentemente ho provato il programma scelto per la produzione dei video, l’hardware di registrazione è in lista desideri pronto per essere ordinato; l’elenco dei primi micromoduli da produrre è pronto e la piattaforma per il crowdfounding è stata individuata (emh invero sono due, basate su due modalità completamente diverse e sto ancora decidendo su quale lanciarmi), individuate anche le piattaforme su cui pubblicare i video. Cosa resta da fare?

I… videoooooo

Beh, dai, tutto sommato poca roba, quattro o cinque micromoduli che possano dare una precisa idea di quello che verrà e fare da supporto alla campagna di reperimento fondi: una buona parte del materiale prodotto verrò messo a disposizione gratuitamente e pertanto non potrà autofinanziare il tempo necessario a produrlo.

Pant, pant, quanta fatica, quanto dolore e… quanta bellezza!

La pericolosa falsità delle reti sociali


Qualcuno non solo lo accetta, ma addirittura approva ed esalta tale comportamento vendendolo come utile ad utenti e aziende. Forse, e ribadisco forse, ha ragione in merito alle aziende, di certo non vede o volutamente nasconde la verità per quanto riguarda gli utenti, che di fatto finiscono con il vedere solo ed esclusivamente quanto e quanti sono in linea con i loro interessi, con i loro pensieri e con le loro convinzioni ideologiche su ogni aspetto della società e della vita.

Che c’è di male in questo? Beh, che falsifica la visone delle cose e alla fine ognuno si convince d’essere nella ragione anche quando in effetti non lo è, che ognuno pensa d’avere il supporto della maggioranza anche quando invero sono ben pochi quelli che la pensano come lui, che appaiono come comuni e quindi si diffondono atteggiamenti quali il turpiloquio e l’attacco rabbioso a tutto ciò che non piace, che le persone vengono condizionate a vedere solo quello che è a loro conforme rifiutando quanto disturba, che la società viene così pian piano confezionata a misura di chi ha la forza d’essere più presente e più convincente, poco importa se il suo messaggio sia di qualità, sia realmente utile.

Siamo sinceri, siamo onesti, siamo soprattutto giusti, la scelta delle reti sociali di applicare algoritmi di selezione delle cose da farci vedere se per la pubblicità potrebbe anche avere un senso (ma alla fine, a ben vedere, anche no), per l’utente e per la società è assolutamente pericolosa, specie ora che alcune reti sociali hanno intenzione di rinforzare l’algoritmo che limita l’interazione con chi interagisce poco: se prima valutava solo l’interazione tra persone, ora valuterà anche l’interazione delle persone con la rete in questione, insomma se ho poco tempo da dedicare alla navigazione finisce che più nessuno vedrà i contenuti che vado a pubblicare, e la cosa più spettacolare (e stupida) è che potremmo non accorgercene, venendo così anche truffati!

Come si dice… “cornuti e mazziati!”

Manuali… inutili (o quasi)


Photo by Magda Ehlers on Pexels.com

In questi giorni sono stato impegnato nell’istallazione di una serie di programmi relativi a servizi istituzionali: è stata un impresa degna delle fatiche di Ercole!

Già con Windows si incontrano problemi, con Linux, anzi, per la precisione, Mint, è un calvario, certo ho così imparato molte cose, ho avuto modo di scoprire aspetti di questo sistema operativo, di imparare comandi da terminale, però questo non giustifica l’indecente supporto manualistico messo a disposizione dalle istituzioni e da chi per conto loro ha sviluppato i programmi.

In alcuni casi sono estremamente sbrigativi facendo credere a una facilissima procedura, poi invece non funziona un bel niente e scopri che ci sono tutta una serie di operazioni da fare in via preventiva, operazioni che da nessuna parte trovi indicate, le devi scoprire in autonomia, cosa tutt’altro che facile per chi nell’informatica ci naviga bene, figuriamoci per chi, lecitamente (esattamente come pochi sano mettere le mani nel motore dell’auto, per fare un esempio), si limita a usarla.

In altri casi sono più dettagliati ma suddivisi in vari documenti, e magari anche su siti diversi, ognuno dei quali riporta procedure differenti e fa riferimento a versioni differenti, magari piuttosto obsolete.

La situazione mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, quanta poca attenzione si dia all’utente, quanto poco ci si preoccupi di dare informazioni aggiornate e affidabili, di come sia poco lungimirante la visione sulla documentazione tecnica la cui scrittura viene quasi sempre erroneamente assegnata a chi le cose le conosce bene e ne da tante, troppe, per scontate. Scrivere un manuale è molto più di un lavoro, è un’arte sopraffina, un arte che prevede varie abilità, tra le quali assai importante quella dell’empatia verso chi quei manuali dovrà utilizzare.

Scrivere un manuale è un incarico che non può essere assegnato al primo che capita sotto mano. Altrimenti…

Altrimenti vengono spesi soldi per produrre manuali assolutamente inutili!

P.S.
Da questa esperienza ne nasceranno a breve alcuni articoli didattici che penso potranno tornare molto utili a molte persone e molte aziende. Continua a seguirmi.

Educazione e libertà


L’una del pomeriggio di un caldo giorno di giugno, finito di mangiare mi rilasso sul divano guardando una trasmissione televisiva culturale, lo scrittore di turno esce con una frase (“non si educa privando delle libertà, ma concedendole”) che colpisce la mia attenzione, non solo perché è una frase saggia, ma anche perché viene a confermare una cosa che ho sempre pensato, che ho sempre propagandato e per la quale ogni giorno mi metto in gioco e manifesto.

Nei minuti a seguire rielaboro mentalmente il concetto e mi viene un mantra nuovo nella sua espressione, ma nella sostanza vecchio come poc’anzi espresso, e me ne innamoro subito…

“Non si educa alla libertà, bensì si educa con la libertà!”

Sono stato in fiera


Photo by Julian V on Pexels.com

Le fiere hanno su di me sempre suscitato un’attrazione particolare, forse perché mi ricordano quando da ragazzino ci passavo alcune giornate all’anno, in parte perché mio padre per diversi anni vi ha partecipato come espositore, in altra parte perché sempre mio padre tutti gli anni mi portava alla campionaria di Milano per suo interesse personale, un ultima parte spesso accompagnavo mio padre quando il lavoro lo conduceva in varie fiere a documentarle fotograficamente per conto dei quotidiani.

Nonostante questo, una decina di anni addietro, dopo alcune deludenti esperienze sia come visitatore che come espositore, visto il disinteresse crescente del pubblico e delle aziende, infastidito dalle lunghe code di accesso, da tempo avevo smesso di andarci, senza per questo smettere di seguirne avvisi ed evoluzione. Così in questi giorni, ricevuto invito ad una fiera vicino a casa mia ho deciso di andarla a visitare ed è stato interessante: ho rivissuto il piacere di girare tra gli stand, di osservare persone e macchinari, di chiedere informazioni, di parlare con gli espositori, di attivare contatti, di scoprire le novità della tecnologia e del mercato; mi sono portato a casa non solo qualche volantino e qualche biglietto da visit, non solo qualche utili spunto per il mio lavoro di formatore e docente, ma anche speranze.

Che dire, le fiere, per quanto piccole, per quanto povere, per quanto specialistiche, sono pur sempre un valido mezzo di conoscenza, un adeguato supporto per chi vuole conoscere e farsi conoscere, meglio non ignorarle!

Time Management


Il piccolo stambecco s’inerpica sicuro sull’erta parete rocciosa, attorno a lui il branco degli stambecchi adulti che l’osservano con noncuranza pensando più al proprio pascolo che alla sicurezza del piccolo, d’altra parte l’arrampicamento è per lo stambecchino capacità innata: tutto in lui è strutturato per permettergli di restare aggrappato alla roccia senza timore alcuno.

Seduto sul masso granitico posto al centro d’una verde piana montana, circondato dai rossi fiori di rododendro, osservo la scena e mi trovo a pensare ai problemi quotidiani che sconvolgono la nostra vita di esseri ormai lontani dalla natura, dal ritmo della natura, quel ritmo che, al contrario, scandisce il tempo di tutti gli altri esseri viventi. Ce ne siamo allontanati e ci siamo resi schiavi di un artificioso ritmo, un ritmo assurdamente sempre più frenetico che ci lascia sempre meno tempo per pensare, per dedicarci a noi stessi, persino per organizzare le nostre giornate e le nostre attività

Che bello essere qua, solo in mezzo al monte, a guardare la natura e viverla nel suo rispetto e al suo ritmo, che peccato dover riprendere il cammino della valle tornare alla frenesia, alla disturbante necessità di trovare gli spazi ove infilare tutto quello che devo fare. Qualcosa, però, in me allevia questo torturante pensiero.

Ho sempre avuto una predisposizione all’organizzazione e così raramente mi sono trovato in difficoltà nel gestire i mie impegni, raramente, però, non vuol dire mai e infatti In certe occasioni ho dovuto far ricorso a tutte le mie energie per supportare il carico, rischiando comunque di dimenticare qualcosa. Un bel giorno, cercando soluzione ad altra questione, sono casualmente incappato in un corso particolare, subito ha colpito la mia attenzione, mi ci sono iscritto e ho così appreso l’utilizzo d’uno strumento semplice e allo stesso tempo potente, uno strumento che, fra le sue infinite applicazioni, contempla anche quella della gestione del tempo.

Dapprima, onde affinarne la conoscenza, ho utilizzato tale strumento solo a livello personale individuandone pregi e difetti, quindi ho cercato le soluzioni alle sue criticità trovando strumenti integrativi (invero strumenti alternativi messi in sinergia con il primo da me stesso), infine ne ho fatto una base fondamentale della mia organizzazione. A quel punto, vista la mia professione é stato naturale decidere di aiutare gli altri a risolvere i loro problemi di gestione del tempo insegnando loro questa metodologia.

Anche tu ogni tanto o più frequentemente o addirittura spesso ti trovi a rincorrere senza respiro le cose da fare? Anche tu ogni tanto, spesso o frequentemente sei costretto a dire “non ho tempo” o “sono troppo impegnato”? Anche tu vuoi trovare un modo per poter rientrare a valle con ilk cuore leggero dopo una magnifica giornata di relax e tranquillità? Ecco alcuni fondamentali consigli.

Il tempo

il tempo non lo si può gestire, scorre indipendentemente da noi. quello che possiamo e dobbiamo fare è gestire le nostre attività.

La conoscenza

Per poter incastrare le nostre attività nei giusti tempi dobbiamo conoscerle tutte.

L’inganno

Per conoscerle tutte non possiamo affidarci alla memoria, essa viene ingannata dai nostri interessi e dalle nostre preoccupazioni.

Lo strumento

L’unico strumento efficace ed efficiente è… la mappa a getto.

Ancora l’inganno

Definite le attività queste vanno suddivise in gruppi di priorità e… sembra facile, ma anche qui l’inganno ci attende al varco, ci fa ritenere prioritarie cose invero irrilevanti e inutili cose invero importanti, ci fa perdere tempo, ci mantiene bloccati. Come superarlo?

Le domande

Come superare l’inganno della mente nella definizione delle priorità? Semplice: facendosi alcune specifiche domande.

Quali domande?

Informati sul mio corso di gestione del tempo, comprenderai anche gli aspetti successivi relativi al rispetto della programmazione attuata e alla gestione degli imprevisti, due questioni per nulla scontate, a loro volta ricche di trappole che potrebbero vanificare tutto il lavoro fatto.

Come scrivere una tesi, tesina, o altro tipo di relazione


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In tanti anni di insegnamento ho visto e vedo che la stragrande maggioranza degli studenti, quantomeno nell’ordine scolastico di cui mi occupo, quando deve produrre una tesina o un qualsiasi altro tipo di relazione non strettamente formale (ovvero supportata da un modulo prestabilito) inizia subito a scrivere. Inevitabile la fatica d’iniziare, ma anche i successivi ripetuti blocchi, uscire di quali diviene sempre più complesso e improduttivo.

Scrivere una tesi (o una qualsiasi relazione) è alla fine un lavoro di progetto e, come ogni altro progetto, necessita di una precisa sequenza di operazioni.

1 – Partenza essenziale

Il foglio bianco spaventa, il foglio bianco inibisce, il foglio bianco resta inevitabilmente bianco. Se vuoi far diventare nero un foglio bianco non devi scrivere, o, meglio, non devi farlo nel modo che ti hanno insegnato, cambia modalità e mentalità, libera le potenzialità della tua mente, lascia emergere la creatività, naviga nel mare del pensiero radiante: usa le mappe a getto!

2 – Trova le chiavi

Lascia perdere l’insieme, non pensare al costrutto, non buttarti sul discorso, definisci, invece, i concetti cardine attorno ai quali devi (vuoi) costruire la relazione, solo semplici concetti, formulati con più o meno numerose brevi frasi, meglio ancora con tante, tantissime parole singole e semplici immagini.

3 – Definisci il contesto

Quali sono gli obiettivi che vuoi raggiungere? Per chi stai scrivendo? Cosa stai scrivendo? Per ogni risposta c’è un suo modo di costruire la relazione / tesi / scrittura, per trovarlo devi però conoscere tali risposte: fatti le domande!

4 – Rielabora le chiavi

Ora che conosci il contesto e che hai un ampio repertorio di frasi o parole cardine, riesamina queste ultime adattandole al contesto: cancella ciò che è inadeguato, modifica quanto è insufficiente, aggiungi quello che ti viene da aggiungere, soprattutto integra dove percepisci scarsità di concetti, eventualmente ricorrendo allo studio suppletivo di quegli specifici aspetti dell’argomento che stai trattando. Ancora utilizza brevi frasi, singole parole o immagini. Permani su questa fase fino a che il risultato ti appare soddisfacente in quantità di concetti, nella loro qualità e, se stai utilizzando le mappe mentali, in strutturazione.

5 – Genera la struttura

È ancora presto per mettersi a scrivere: ti manca la traccia per farlo: osservando il materiale prodotto al punto quattro, estrapola le parole (o frasi) ordinative di base (quelle poche parole da cui è possibile far discendere tutte le altre) e trasformale in una struttura (alcuni programmi di scrittura hanno una specifica funzione) che altro non è se non l’indice dei contenuti (che è diverso dall’indice analitico; i programmi di scrittura lo generano automaticamente mediante la funzione Sommario) della tua relazione.

6 – Scrivi

A questo punto puoi iniziare a scrivere i contenuti, ma fallo con metodo: scrivi basandoti sulla struttura definita, elabora una parte alla volta e, nel farlo, prima lavora sui singoli concetti cardine e solo quando ne sei soddisfatto assembla il tutto. Mentre scrivi non pensare all’ortografia, alla grammatica e alla sintassi, sono tutti aspetti che andrai a verificare e sistemare nella fase successiva, insomma… concentrati sullo scrivere!

7 – Controlla

Terminata la scrittura di tutte le parti rileggi e, nell’ordine:

  1. cerca e sistema gli errori ortografici
  2. cerca e sistema gli errori grammaticali
  3. cerca e sistema gli errori di sintassi
  4. cerca e risolvi ripetizioni, incongruenze, passaggi rimasti in sospeso, cripticità (lavora su una copia del documento o attiva la funzione di revisione: sarà facile ritornare all’origine se non si è contenti del risultato).

8 – Impagina

Preoccuparsi della formattazione in fase di scrittura produce l’unico effetto di rendere interminabile il lavoro o, comunque, assai lungo e pedantesco: stili, colori, titolazioni, eccetera si fanno solo a testo completato, se hai utilizzato bene la funzione di struttura il trasferimento delle impostazioni sarà pressoché immediato e automatico.

9 – Inserisci le immagini

Ora che il testo è completo, corretto, ben formulato e impaginato, non resta che reperire e inserire le immagini, ricorda che le immagini devono essere congruenti con lo scritto, inserite nella posizione prossimale alla parte di testo a cui si riferiscono, possibilmente prodotte da se stessi, se utilizzi immagini prelevate da Internet attenzione alla licenza d’uso (tutti i principali motori di ricerca permetto di filtrare le immagini sulla base della loro libertà di utilizzo).

10 – Completa

Passaggio terminale la produzione dell’indice dei contenuti, dell’eventuale indice analitico, della prefazione, della presentazione, della copertina, della seconda di copertina, eccetera.


Se vuoi saperne di più usa il modulo di richiesta intervento per ottenere informazioni sul mio corso “Come scrivere una relazione”, viene erogato anche (e preferibilmente) in remoto, con diverse modalità per cui potremo trovare quella a te più congeniale.

EdI ovvero…


Va avanti a colpi questo mio impegnativo ma stimolante progetto, finalmente, però, posso svelare per intero l’arcano mistero di EdI, l’acronimo di…

Ecologia dell’Ingegno!

Uhm, ma che vuol dire ecologia dell’ingegno? Che cosa hanno a che fare l’ecologia e l’ingegno?

Tutti conoscono il significato di queste due parole e proprio per questo è probabile ci si chieda, così come hanno fatto molti di quelli che me ne hanno sentito parlare, come possono stare insieme. Orbene, la parola ecologia non identifica solo ed univocamente, come molti pensano, il rispetto per l’ambiente, ma si allarga a rappresentare altri concetti, per giunta già formulati ben prima di quello ambientale. Ecologia in psicologia identifica la razionalizzazione delle risorse, nella comunicazione definisce quel modo di comunicare volto a superare le conflittualità e creare armonia, per la PNL significa rispetto per il “sistema persona” e mantenimento dell’armonia tra le parti che lo compongono. L’ecologia è anche la scienza che studia la relazione tra gli esseri viventi e l’ambiente. Ecco i cardini logici che legano ecologia e ingegno, quell’ingegno che pensa alle cose anche in funzione delle loro relazioni con quanto le circonda, quell’ingegno che si esprime nel massimo rispetto del “sistema persona”, che nasce dall’armonia e si evolve nell’armonia.

EdI è molto più di un programma di corsi, EdI è un percorso di focalizzazione e di crescita attraverso il quale ottimizzare le proprie competenze per pervenire ad una consapevolezza razionale e, allo stesso tempo, istintiva delle proprie azioni e delle relative reazioni.

EdI è molto più di un servizio, EdI è una comunione d’intenti, è la condivisione di problematiche e delle loro soluzioni, è una comunità di miglioramento ecologico personale, aziendale e scolastico.

Se vuoi essere contatto per definire insieme il tuo percorso in Ecologia dell’Ingegno compila il modulo di richiesta intervento.

Non ne sono capace!


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“Non ce la posso fare”, “non ne sono capace”, “non so come fare”, queste sono alcune delle affermazioni tipiche che sento fare dai miei alunni di scuola e anche da alcuni discenti adulti. D’altra parte sono affermazioni assai tipiche, quale discorso potrei mai costruirci attorno? Beh, un discorso l’ho costruito, di più, in questi ultimi anni ho elaborato un metodo di lavoro che mi permette di contrastare questi atteggiamenti, si atteggiamenti, perché alla fine di questo si tratta. Partiamo dall’inizio.

Al termine delle scuole medie mi sconsigliarono il proseguimento degli studi specie di quelli in ambito professionale; sei anni dopo mi diplomo Perito Industriale e, passato qualche lustro, avvio la mia attività di Libero Professionista.

Al termine del corso di arrampicata su roccia l’istruttore afferma che io e l’arrampicata siamo agli antipodi; una decina d’anni dopo, percorsa tutta la scala gerarchico-formativa, sono Istruttore degli Istruttori Nazionali, il massimo nell’ambito delle scuole del Club Alpino Italiano.

Al corso di preparazione alle selezioni di Maestro di Sci un eminente Istruttore mi disse di lasciar perdere; tre anni dopo la mia sciata non solo genera ammirazione in diversi maestri di sci, ma anche nel padre di un olimpionico di sci alpino (si, maestro non lo sono diventato, ma a causa di un infortunio durante le selezioni).

Verso i mie quarantacinque anni il mio cliente principale a causa di pressioni dall’alto si rivolge ad altro fornitore e io resto praticamente senza lavoro, devo reinventarmi, trovare nuovo sbocco professionale; tre anni dopo, nonostante la mia profonda timidezza (un esempio che vale per tutti: dopo ogni colloquio di lavoro ho sempre aspettato almeno tre mesi prima di cercarne o accettarne un altro perché “ho dato la mia parola, se poi mi chiamano la disattendo”), la situazione si è normalizzata e sono diventato un apprezzato formatore e docente.

Non ho raccontato questi episodi della mia vita per mettermi in mostra o per far sembrare altri dei pusillanimi, l’ho fatto perché oggi, mentre correvo per uno dei miei soliti allenamenti (eh, si, c’è anche questo, ho sempre odiato la corsa e ora è diventata una parte importante della mia vita), pensando al metodo di lavoro accennato in apertura, mi sono passati in mente questi episodi ed ho improvvisamente capito che c’è un profondo legame tra le due cose, ho compreso che, inconsciamente, quello che sto facendo con i miei allievi deriva dal profondo lavoro che nel tempo ho fatto su me stesso e che mi ha portato a dichiarare inammissibili frasi come “non ne sono capace”, “non ce l’ha posso fare” e via dicendo: materialmente sono solo una scusa con se stessi, un modo per giustificare il proprio disimpegno, una scappatoia per evitare la fatica di pensare, un tentativo di indurre altri a fare le cose che dovremmo fare noi o a guidarci passo passo alla loro risoluzione. Da qualche anno non le accetto più, chi le formula riceve da parte mia solo ed esclusivamente… un forte invito a dimenticare tali frasi, a rimuoverle dal proprio vocabolario, a formulare, al loro posto, delle domande circostanziate. I risultati sono decisamente pregevoli, ho visto ragazzi assolutamente privi di fiducia in se stessi diventare in poco tempo decisi ed efficienti, ho visto ragazzi che si arrendevano davanti alla minima difficoltà affrontare e risolvere problemi anche piuttosto impegnativi, ho visto cadere muri enormi, ho visto crescere attitudini e speranze.

Anche a te capita spesso di cadere nello sconforto o di vederlo fare ai tuoi figli, se vuoi aiuto contattami attraverso il modulo di richiesta intervento e ne parleremo direttamente. Preciso che non sono uno psicologo quindi non si tratta di un’assistenza medica, solo di un supporto didattico e morale, di una formazione alla risoluzione dei problemi attraverso una particolare combinazione di strumenti e metodiche.

Apprendere e insegnare


Per apprendere non basta richiedere e/o sorbirsi un travaso di conoscenze, per apprendere è necessario mettersi in gioco: applicarsi, elaborare le nozioni trasferendole a vari contesti, farsi domande e cercarsi le risposte. Insomma per apprendere è necessario essere veicoli del proprio stesso apprendimento.

Per insegnare non basta fornire un travaso di conoscenze, per insegnare è necessario scendere dalla cattedra: far parlare più che parlare, lasciar sperimentare invece di condizionare, generare dubbi più che anticiparli, abituare all’autodeterminazione invece di sopprimerla, responsabilizzare piuttosto che costringere, lasciare spazio all’errore invece di farne spauracchio, trovare e provare percorsi differenziati più che procedere a spada tratta lungo un unico immutabile processo. Insomma per insegnare è necessario essere disposti ad imparare.

Creare presentazioni efficienti


Molte sono le presentazioni con diapositive (perché è di queste che vi voglio parlare) a cui ho assistito, in questi ultimi anni, poi, in conseguenza degli obblighi di formazione permanente, le occasioni si sono moltiplicate, l’ultima proprio due giorni addietro il momento in cui sto scrivendo questo articolo-lezione. Ogni volta spero di assistere a una presentazione fatta con tutti i crismi, illusione!

Quello che capita molto spesso è vedere una progressiva disattenzione da parte dei presenti, vero che con l’obbligo formativo molti si trovano a dover partecipare ad aggiornamenti su contenuti che non interessano, ma vero anche che molte sono le presentazioni poco coinvolgenti, talvolta per colpa del relatore, ma più spesso a causa di errori nella creazione stessa della presentazione.

In molte occasioni si tratta di più o meno numerosi piccoli errori che presi da soli probabilmente passerebbero inosservati, ma sommandosi insieme portano alla distrazione e al disinteresse del pubblico. In alcuni casi gli errori commessi sono magari pochi, per non dire uno solo, ma talmente gravi da distruggere anche il pubblico più predisposto e interessato.

Come creare una presentazione che, coinvolgendo i presenti, ne mantenga viva l’attenzione? Come creare una presentazione che lasci ai presenti molto più che qualche stentata informazione? Come, in sostanza, creare una presentazione che sia efficace ma ancor di più efficiente? (In questo mio altro articolo “Efficacia ed efficienza” potete capire perché, a differenza di quanto viene usualmente fatto, preferisco parlare di efficienza piuttosto che di efficacia.)

Vi dico subito che è tutt’altro che difficile, può talvolta richiedere un impegno maggiore in risorse temporali e mentali, ma alla fine, se acquisiamo i necessari strumenti conoscitivi e materiali , non è per niente più difficile, anzi, potrebbe addirittura risultare più facile del creare una brutta e inefficace presentazione.

Di seguito alcune brevi indicazioni, se vuoi saperne di più, ovunque tu risieda, usa il modulo di richiesta inbtervento per ottenere informazioni sul mio corso “Presentazioni efficienti”, viene erogato anche (e preferibilmente) in remoto, con diverse modalità per cui potremo trovare quella a te più congeniale.

Partenza essenziale

Svincolarsi dall’idea che sia il relatore a fare la differenza, che basti una buona parlantina per coinvolgere il pubblico; è decisamente più facile che sia una presentazione ben fatta a compensare eventuali difficoltà di espressione del relatore. Una volta che ci siamo convinti di questo la strada magari non è proprio in discesa ma di certo si fa molto meno insidiosa.

Definire il contesto

Capita, ed è la prassi quando le presentazioni vengono fatte per finalità didattiche, di utilizzare la stessa presentazione per diverse occasioni, orbene, tenete ben presente che una presentazione va conformata alla situazione specifica (tipologia di pubblico, ambiente di proiezione, tempo disponibile, obiettivo di massima) e questo non va fatto in sede di proiezione, va fatto a priori: la cosa più antipatica e disturbante è dover seguire un relatore che continuamente salta velocemente avanti e indietro tra le diapositive.

Generare diapositive leggere

La diapositiva deve fare da traccia (a voi e al pubblico) lasciando al relatore il compito di illustrare l’argomento; inutili, anzi deleterie, le diapositive discorsive.

Usare le immagini

Dagli studi sul cervello risulta che questo lavora per immagini e non per parole, per tale motivo le prime vengono memorizzate ed evocate molto più facilmente delle seconde. Per altro con una sola immagine possiamo trasmettere molti più messaggi che con una parola o una frase o anche molte frasi.

Orientare il pubblico

In ogni momento chi ci segue deve sapere esattamente dove ci troviamo nel contesto della presentazione e questo vale dalla prima all’ultima diapositiva.

Contenere gli effetti

Transizioni e movimentazioni possono essere intriganti ma se si eccede provocano solo confusione o addirittura disturbo visivo, fate attenzione.

Chi siamo, cosa siamo, è l’etichetta a farci diversi?


Scrittura creativa, un modo efficiente per comunicare pensieri, un modo esaltante per insegnare.

Mondo Nudo

Una mattina d’inverno una mucca, svegliandosi dal sonno notturno, improvvisamente balza in piedi e, rivolta alle sue compagne di stalla: “carissime amiche, io mi sono stufata di vivere ferma in questa stalla mal ridotta, d’essere munta solo quando sto scoppiando dal dolore, di stare al freddo e all’umido, voglio cambiare, voglio essere una mucca da corsa!”

Così tutta baldanzosa per la sua idea, si lucida per bene il manto, si pulisce gli zoccoli e s’avvia verso il vicino paese dove, proprio oggi, si tiene la fiera degli animali. Giunta al paese cerca di attirare l’attenzione su di sé e, per farlo, si piazza un bel cartellone al collo con scritto “Venite signori, venite a vedere la più bella mucca da corsa del mondo!. Passa il tempo e nessuna delle persone che si sono fermate a leggere il cartello si è poi soffermata a osservare e parlare con la mucca, solo…

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Servizi adeguati per esigenze reali


Aborro e combatto ogni forma di vendita che induce bisogni inesistenti, acquisti inutili, abitudini pericolose, e ritengo che altrettanto dovrebbe fare ogni persona onesta, ogni istituzione realmente interessata alla difesa del consumatore dovrebbe agire in modo da ostacolarle, ogni nazione dovrebbe promulgare leggi che le mettano dove devono stare: nei reati contro la persona e il bene sociale.

Certamente questo è uno dei motivi per cui non ho fatto i soldi, ma, intanto sono a posto con la mia coscienza e poi è anche uno dei motivi per i quali coloro che hanno usufruito dei miei servizi, siano essi datori di lavoro che clienti, si hanno sempre espresso opinioni altamente positive sugli stessi e su di me e ancora a distanza di diversi anni mi ricordano con piacere.

Con Pearl, EdI e AsPer, pertanto, non vi faccio promesse mirabolanti, non vi garantisco cose che poi vi risulteranno inutili, vi offro servizi formativi adeguati alle vostre reali esigenze, servizi formativi studiati su misura per voi, servizi che vi aiuteranno a risolvere quello che veramente dovete risolvere, nei modi a voi più congeniali, con i tempi commisurati ai vostri requisiti.

PEARL


Raccogli le perle del sapere, formazione da remoto in ambito CAD (AutoCAD, AutoCAD Electrical, Inventor) e Mappe Mentali.

EdI


Ecologia dell’ingegno, formazione rivolta all’ottimizzazione dei processi di studio, di organizzazione, di creazione, di progettazione e altro.

AsPer


L’assistenza personale su misura, una formazione attuata direttamente sul campo, un affiancamento allo studio o al lavoro.

Diritto-dovere allo studio


Ad un certo punto della storia della scuola italiana si è iniziato a parlare di diritto-dovere allo studio, un concetto certamente corretto che, purtroppo, è stato in parte disatteso mediante i tagli alle finanze della scuola e la conseguente decapillarizzazione scolastica sul territorio (incremento delle difficoltà d’accesso) che ha determinato l’aumento esponenziale del numero degli allievi in classe (riduzione delle potenzialità formative), nella restante parte manipolato in funzione del mero opportunismo delle direzioni scolastiche: “ha il diritto di studiare quindi non può essere bocciato”, già ma dov’è finito il dovere di studiare? il mondo reale non è altrettanto benevolo e la scuola deve anche preparare all’ingresso nel mondo reale; “se non vieni a scuola ti mando i carabinieri”, ehm, la legislazione italiana non prevede l’obbligo alla scolarizzazione bensì quello dell’istruzione che può ben essere ottenuta anche in lecita autonomia, tant’è vero che ci sono molte famiglie che hanno optato per questa strada e il sistema scolastico anziché colpevolizzarle dovrebbe attivarsi con una bella azione di autocritica.

Diritto allo studio ovvero ognuno deve avere la possibilità materiale di studiare (quello che vuole studiare).

Diritto allo studio ovvero rispettare i tempi di apprendimento di ogni discente.

Diritto allo studio ovvero passare dalla scolarizzazione per età a quella per competenze.

Diritto allo studio ovvero essere innanzitutto formati all’imparare.

Dovere allo studio ovvero ognuno deve impegnarsi ad una fattiva e costante crescita nella propria formazione, alias no scaldabanchi.

Dovere allo studio ovvero se non ne hai voglia vai a lavorare e studierai appena ne sentirai l’esigenza.

Dovere allo studio ovvero essere responsabili della propria crescita e dei propri atteggiamenti.

Scuola e responsabilizzazione


SScuola (superiore): vigilanza continua, rigidità dei programmi, schematismo orario, demonizzazione dell’errore, ritiro a priori dei cellulari, limitazione della libera scelta, valutazioni scalari, pensiero lineare, educazione alla sfiducia e alla paura, incoerenze comunicative, politica del divieto, eccetera.

CCome possiamo far maturare i ragazzi quando l’ambiente che li deve educare è immaturo?

Come possiamo insegnare ai ragazzi ad affrontare i problemi se gli adulti sono i primi a non farlo?

Come possiamo pretendere dai ragazzi che facciano le scelte giuste invece di quelle più comode quando l’esempio che li viene dato è proprio quello delle scelte facili?

Come possiamo responsabilizzarli quando tutto il sistema è fondato sulla loro deresponsabilizzazione o, al massimo, su una finta (limitata) responsabilizzazione?

P.S.
Purtroppo la struttura sociale rende molto difficile cambiare la situazione, occorrono scelte politiche, flessibilità oraria e dei programmi come prima cosa (superiori in stile pseudo universitario), e giuridiche, criteri di responsabilità avanti a tutto (basta con la ricerca faziosa di un colpevole che paghi), importanti che nessuno vuole fare. Detto questo ci sono scuole (poche) che qualche cambiamento sono comunque riuscite ad introdurre (ad esempio quella professionale che è stata incentrata sui laboratori e tutto è focalizzato sulle attività di laboratorio): volere è potere!

Logica linguistica: il messaggio implicito


Un costrutto linguistico spesso più o meno volutamente ignorato è quello del messaggio implicito, ossia quel messaggio che si nasconde fra le parole, che seppure non effettivamente formulato è comunque insito nel contesto della frase e dalla stessa deducibile.

Se affermo che “tutte le mele sono rosse”, sto implicitamente dichiarando che non esistono mele gialle, verdi o di qualsiasi altro colore e se qualcuno mi risponde dicendo che “sbagli, ci sono anche le mele gialle” non posso ribattere con un “ma io mica ho detto che non esistono mele gialle” perché in effetti l’ho detto.

Fa sempre comodo affermare “io non l’ho detto” ma… quali che siano le intenzioni del mittente sono solo le percezioni del ricevente a stabilire il significato del messaggio trasmesso!

Nuvole

Logica linguistica: libertà di opinione


0270Fino ad una ventina di anni addietro rarissimamente m’era capitato di sentirla, poi, parallelamente alla diffusione degli ambienti di discussione on-line e, forse, della relativa (apparente) possibilità di rendersi ignoti, l’affermazione è apparsa sempre più spesso arrivando a essere un vero e proprio mantra difensivo o addirittura preventivo per tutti coloro che parlano o scrivono senza sentire l’esigenza d’essere realmente preparati su quello che trattano.

“C’è libertà d’opinione” eccolo qua il grido liberatorio, il baluardo su cui fondare la propria comunicazione, il proprio atteggiamento nella rete o addirittura nella vita.

Verissimo che c’è libertà di opinione ma…

  • come detto nel precedente articolo di questa serie non si deve confondere opinione con giudizio;
  • bisogna rendersi conto che proprio questa libertà comporta il parallelo dovere di opinionare in modo informato;
  • sarebbe opportuno evitare di dire o scrivere stupidate;
  • se si dicono o scrivono scemenze è poi quantomeno ridicolo prendersela con chi l’ho fa notare.

Insomma…

C’è libertà di opinione, ma non quella di esprimere tutto quello che passa per l’anticamera del proprio cervello!

Fare!


Se una cosa è difficile da realizzare non vuol dire che vada accantonata, anzi: le cose difficili danno maggiore soddisfazione!

sogni

La lampadina #EdI #PEARL


LampadinaDopo una lunga involontaria e forzata pausa, riprendiamo il viaggio di EdI, difficile a questo punto dire se potrà mai vedere effettivamente la luce, ma, come stimolo e fiduciosa speranza, voglio comunque svelarvi questo segreto progetto procedendo con la spiegazione della simbologia grafica che ne identifica il marchio.

Abbiamo parlato del quadrato, del cerchio, della linea e della foglia, non resta che esaminare i significati che può assumere l’ultimo simbolo che ci riguarda: la lampadina.

La lampadina è fonte di luce e la luce è generata dall’energia termica prodotta dal passaggio di una data corrente attraverso un sottile filamento. Si può anche compiere un breve viaggio cognitivo e, come da tanto tempo hanno fatto i fumettisti, traslare le parole luce ed energia verso la nostra mente, la lampadina viene così a identificare l’idea e, più specificatamente, l’idea che sorge improvvisa, l’illuminazione creativa che è fonte d’ingegno.

Ingegno, la i maiuscola di EdI.

Logica linguistica: opinione o giudizio?


IMG_0951Prima attivo partecipante di alcuni Newsgroup, poi i forum di cui sono diventato pure moderatore e amministratore, a seguire l’intensa attività nelle comunità on-line e nei social network, al tutto aggiungiamoci i tanti anni di lavoro come formatore aziendale e docente, insomma ho di certo una lunga esperienza delle dinamiche sociali, sia di quelle in presenza che di quelle in remoto, nel contesto di tale esperienza ho potuto osservare il reiterarsi e, nel tempo, il diffondersi di atteggiamenti comunicativi piuttosto particolari (e fondamentalmente errati), in particolare la sempre minore consapevolezza del proprio linguaggio, del significato delle proprie parole, dei costrutti logici che regolano e costruiscono la frase, il suo messaggio, la trasmissione e la ricezione, da qui l’idea di sviluppare un serie di mini articoli improntati alla logica linguistica.

Partiamo con quella che è la principale confusione che viene fatta e che, combinandosi con la pur corretta (ma a sua volta fraintesa) affermazione “c’è libertà di opinione” e tutte le sue derivate, poi comporta incomprensioni o litigi, specie se i discorsi sono focalizzati, più o meno direttamente, su delle persone: l’errato concetto di opinione, spesso reso sinergico o addirittura coincidente con quello di giudizio o di preferenza.

Per poter essere il più generico e chiaro possibile farò degli esempi banali e mi concentrerò su quello che, come ho detto poco sopra, è il pomo della discordia: i discorsi sulle persone. Prima però è opportuno richiamare una regola fondamentale della comunicazione: spetta chi apre un discorso cercare di fari capire al meglio e verificare che il suo messaggio sia arrivato a destinazione così come lo si voleva trasmettere, se così non fosse spetta a lui ripeterlo in modo diverso e così via fino a pieno recepimento del messaggio voluto; nell’ambito della comunicazione (in particolare di quella assertiva, ma è comunque una regola generale) frasi del tipo “non capisci” sono assolutamente sbagliate, il corretto atteggiamento è quello del “mi sono spiegato male”.

Opinione

Esprimere un pensiero avulso da ogni forma di valutazione, sia essa esplicita che implicita, sulle persone e sul loro operato: “non mi piacciono le mele”; “il mare mi annoia”; “a mio parere potremmo procedere in questo modo”, “io faccio così perché mi ci trovo meglio”. Mantenendosi nel contesto delle opinioni un discorso mai potrà degenerare in litigio.

Giudizio

Esprimere un pensiero valutativo: “le tue mele fanno schifo”; “il mare di quella regione è gestito molto male”; “le vostre proposte sono assurde”; “io faccio così perché considero inutile fare come fate voi”. Un giudizio non richiesto o seppur richiesto non supportato da evidenze inappuntabili sempre porterà a criticità comunicative.

Preferenza

Esprimere una scelta tra due o più possibilità, implicitamente comporta pur sempre una valutazione seppure smorzata: “preferisco le sue mele”; “al mare di quella località preferisco quello di quell’altra”; “preferirei procedere nel modo che vi ho esposto io”. La preferenza è una situazione di mezzo: a seconda di come viene espressa può essere recepita come opinione o come giudizio.

Non perdere tempo, ottimizzalo!


La formazione è ormai un obbligo e una costante pressoché per tutti, perchè sprecare il proprio tempo per spostarsi da casa o dal lavoro all’aula didattica? Perchè intasare le strade? Perchè consumare preziose risorse energetiche? La formazione a distanza permette di ottimizzare la formazione risparmiando tempo, denaro, inquinamento, stress, salute, traffico, energie, risorse. Approfittane!

 

 

Il cellulare a scuola


Si è fatto un gran parlare della decisione del Ministro dell’Istruzione di permettere l’utilizzo del cellulare in aula, ne hanno parlato in molti, sui social, alla televisione, in radio, chi ne ha parlato a favore e, più spesso, chi contro. Ho sentito opinioni motivate e altre, specie per quelle contro, immotivate o addirittura senza senso, quella che più mi ha fatto incacchiare l’ho sentita alla radio formulata da un noto giornalista: “ho pensato a lungo alla cosa e non ho trovato una sola ragione valida per giustificare l’uso del cellulare in aula”. Mi è sembrato di sentire i similari discorsi fatti per tante altre evoluzioni tecnologiche: il computer, gli aerei, l’auto, il treno e via dicendo.  Ogni innovazione trova sempre chi la osteggia, in genere perché non si riesce a capirla, spesso perché se ne vedono solo i lati negativi, altre volte perché è più comodo osteggiarla che assecondarla, talvolta perché non ci si sforza di imparare a usarla.

Motivazioni valide per l’utilizzo del cellulare in aula? Eccone alcune!

  1. Ormai quasi tutti hanno il cellulare fin da piccoli, usarlo a scuola al posto di un computer personale vuol dire far risparmiare soldi alle famiglie.
  2. Il cellulare è oggi un vero e proprio computer, ma molto più maneggevole e molto meno ingombrante indi più comodo da portare a scuola e da utilizzare in aula, e come tale diviene un potentissimo strumento di educazione e apprendimento.
  3. Il cellulare può facilmente interagire con i moderni strumenti didattici, ad esempio con la LIM.
  4. Attraverso il cellulare si possono creare facilmente e velocemente sessioni di lavoro cooperativo anche a distanza.
  5. Il progresso non si può fermare né, tantomeno, negarlo e la scuola, date le sue finalità, deve necessariamente esserne la fonte primaria di conoscenza e divulgazione.
  6. I giovani vivono il progresso tecnologico fin dalla più giovane età e, pertanto, la scuola deve condividere con loro tale importante fase di accrescimento.
  7. L’educazione all’uso cosciente della tecnologia non può avvenire se ne impediamo l’utilizzo proprio in quei contesti che sono dediti all’educazione.
  8. Come possiamo pretendere che i giovani imparino ad affrontare le difficoltà quando siamo noi adulti i primi ad aggirarle, a cercare la strada più semplice?

Pensieri concisi – Motivazione scolastica



Mi urta l’alunno (in apprendistato) che si astiene dalle esercitazioni didattiche affermando “per il mio lavoro non mi servono a niente”, ma ancor di più mi fa arrabbiare il collega che mi dice “lascia perdere, non ti ci mettere nemmeno, ha già un lavoro”.


Duemila parole, non di più


Pienamente d’accordo e faccio mio l’invito con cui si chiude l’articolo, allargandolo anche ad altri contesti.

Viaggi Ermeneutici

Vecchi appunti universitari e rimembranze delle lezioni del compianto prof. De Mauro, (ricordate? ne avevo parlato in questo post a proposito di giochi linguistici) mi ricordano che il vocabolario italiano è composto da circa 400 mila vocaboli. Un numero enorme simile a quello spagnolo e a quello tedesco, molte più del francese, molte meno dell’inglese. Ma questi numeri dicono poco, perché comprendono anche tutte le varianti di un singolo vocabolo (singolare, plurale, maschile, femminile) o la coniugazione di un verbo. Eliminando doppioni e variazioni inutili possiamo dire che il lessico comune comprende circa 50 mila vocaboli. Peccato che nel 95% dei nostri discorsi ne usiamo circa 2000 (circa il 4%), che è il cosiddetto lessico fondamentale. Facciamo un paragone con i soldi: è come se ogni mese potessimo usare cinquantamila euro, ma ci ostinassimo a vivere con duemila. Ci autoimpoveriamo.

E siccome il linguggio è lo specchio del pensare…

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Insegniamo la positività ai nostri ragazzi con The Bright Side il TG delle buone notizie


 

La scienza ha dimostrato che il nostro cervello, pur memorizzando tutto quello con cui viene a contatto attraverso i nostri sensi, tende a ricordare solo ciò che più ci colpisce, più scuote le nostre percezioni. Purtroppo è altre sì dimostrato che per molte persone, se non proprio per tutte, al primo posto di questo elenco di ricordi ci sono le esperienze negative e così è molto più facile che rammentiamo una malattia piuttosto che un periodo di buona salute, un licenziamento piuttosto che un’assunzione, un evento traumatico piuttosto che qualcosa di piacevole, così finisce che siamo più attratti da notizie cattive piuttosto che da notizie buone e di conseguenza i media danno più spazio alle prime che alle seconde, anzi, le seconde sono pressoché scomparse dai loro contenuti.

Vivere all’ombra delle cattive novelle è quello che ormai ci tocca e tocca ai nostri figli, ragazzi costretti a crescere a suon di brutte notizie, indotti a imparare la negatività, a confondere il realismo non il pessimismo, a essere sfiduciati e, di conseguenza, indifferenti verso il loro futuro, anche quello più prossimo, ragazzi che vivono al minuto, ragazzi per il quale già domani è un tempo troppo lontano per preoccuparsene.

Le cose si possono però cambiare, possiamo aiutare i nostri ragazzi a imparare la positività, a crescere nella fiducia, come? Chiedendo loro di cercare nel mare del web le buone notizie, isolarle, rielaborale e…

Scriverle su Twitter taggando @thebrighside0 il Tg delle buone notizie di The Bright Side, un gruppo di amici che “ha deciso di sfidare una delle più ferree leggi del giornalismo: le good news e le best practices non fanno notizia e, come tali, finiscono nelle ultime pagine o, addirittura, non pubblicate.”

The Bright Side, il lato positivo dell’informazione, portiamolo nelle case, portiamolo nelle scuole, portiamolo nella società, portiamo con noi sempre e dovunque.

The Bright Side, il lato positivo dell’informazione.

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